Intervista a Simone Di Somma: lezioni da Y Combinator per portare robotica e startup in Italia
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Introduzione e Giocattoli dell’Infanzia
Stefano Maestri
Ciao a tutte e tutti e bentornati alle risorse artificiali, bentornati alle nostre interviste bisettimanali. Oggi sono super onorato dell’ospite che ho e sto resistendo fortissimo alla tentazione di presentarlo. Sapete che io non lo faccio di solito. Prima voglio fare la mia solita domanda rompighiaccio, ma appunto essendo molto contento dall’ospite mi piacerebbe dire subito chi ho l’onore di avere davanti, ma lo lascerò dire a lui dopo avergli chiesto, come al solito, il tuo gioco o giocattolo preferito, da grande o da piccolo, da quando vuoi. A me piace sapere con che cosa giocavate o giocate, perché dice tante cose delle persone.
Simone Di Somma
Grazie di tutto per l’invito. Il giocattolo, quello il primo che ricordo, è sicuramente il Game Boy. È quella cosa personale, una specie di primo smartphone in qualche modo, perché quell’oggetto un po’ feticcio che portavamo in giro ovunque, ricordo in vacanza, e ti permetteva anche di stabilire delle connessioni, però all’epoca le connessioni non erano tramite il device, ma raccontavi di quella cosa lì, dei giochi, delle tue esperienze con altre persone. Quindi era un misto tra uno strumento smart, ma non troppo, che delle volte, insomma, ha anche i suoi vantaggi non essere troppo connessi.
Stefano Maestri
No, assolutamente. Allora, intanto dico chi sei. Simone Di Somma di Cyberwave e tante altre esperienze prima. Io non ho mai la presunzione di introdurre l’ospite, che non farei altro che leggere le vostre esperienze, ma preferisco che siate voi a introdurvi ai nostri ospiti, anche perché io dico sempre che non è facile, non è neanche bello tutto sommato chiudersi in un’etichetta o in un titolo.
Il Percorso Imprenditoriale di Simone Di Somma
Stefano Maestri
Raccontaci da dove arrivi e come sei arrivato a Cyber. Io ti ho inventato in quanto rappresentante CEO e founder, giusto? Founder o co-founder, non ricordo se hai un socio in Cyberwave, ma lascio a te introdurre cos’è Cyberwave e chi è Simone.
Simone Di Somma
Benissimo. Allora, per raccontarmi il modo migliore è far capire che da sempre ho una grossa passione per la tecnologia. Dovete pensare che a 14 anni ho fondato la mia prima azienda, un’azienda ovviamente tecnologica, facevo software e non avevo l’età legale per farlo. Quindi all’epoca avevo incorporato un’azienda, ma grazie a mio fratello che era otto anni più grande di me, potevamo essere sul mercato, altrimenti non potevo operare. Credo che ora sia tutto in prescrizione, quindi lo posso raccontare. Era una predisposizione per il digitale, ma una voglia di costruire. Questo è un pochino il primo step che vorrei raccontare al nostro pubblico. E questa voglia è una smania, è una specie di malattia. Infatti poi a 14 anni ovviamente era un po’ presto per avere successo. Poi ci ho riprovato un po’ più grande con una prima azienda che è andata bene, ne ho fatta ancora un’altra nell’ambito appunto dell’intelligenza artificiale, la prima nell’ambito del big data, la seconda nell’intelligenza artificiale l’ho fatta a San Francisco, dove ha molto senso essere per fare questo tipo di imprese. Uno dei miei fondi, uno dei miei investitori a San Francisco è stato il famoso fondo di Venture Y Combinator. Ho avuto l’onore in quel caso di ricevere dall’epoca Sam Altman, che guidava il fondo, l’attuale CEO di OpenAI, l’investimento. L’azienda è andata molto bene, l’abbiamo venduta a SAP, la più grande azienda di software d’Europa. Poi ho avuto la possibilità di guidare l’introduzione dell’Artificial Intelligence in diversi prodotti della suite di SAP e poi quella smania che raccontavo prima di creare qualcosa, quella malattia dell’imprenditorialità dentro di me mi ha costretto poi onestamente a ricercare altri tipi di esperienza oltre quella manageriale in SAP e quindi ho provato a fare il professore universitario, ho provato a fare il consulente come partner di una grande azienda KPMG, però mi mancava quel senso di costruzione, quella joy of creation, proprio quella gioia di creare qualcosa e quindi ho deciso di fondare appunto Cyberwave, non solo, ma con dei co-founder. Ho coinvolto dei co-founder all’interno di questo processo e ho trovato persone eccellenti sul mio percorso, nello specifico Vittorio Banfi, che ho conosciuto a San Francisco con l’esperienza che raccontavo prima, e Max Lungarella che è un robotist di Zurigo. Zurigo è “the place to be” invece per la robotica.
La Visione di Cyberwave e l’Intelligenza Artificiale
Simone Di Somma
Insieme abbiamo deciso appunto di lanciare questa Cyberwave che ha un’ambizione molto grande ovvero di far lavorare persone e robot in modo molto naturale insieme, che avrò piacere di raccontarvi oggi.
Stefano Maestri
Sì, sì, sì. E io sono super interessato, i miei ascoltatori lo sanno che il pallino per la robotica o fisica AI per essere più precisi è una cosa che mi accompagna dall’inizio di questo podcast. Sono sette mesi ormai che andiamo avanti tutte le settimane a chiacchierare. Mi hanno sentito tante volte ribadire sia sul podcast che in newsletter che è “The Next Big Thing”, senza dubbio. Ma questa è la mia convinzione, volevo fare un po’ la stessa domanda a te, nel senso che una delle cose che mi colpisce dall’introduzione che hai appena fatto è che hai fatto una startup, si chiamava AskData se ricordo bene, l’ultima, che è stata una startup di successo. Hai fatto un’exit importante per l’azienda che vi ha preso prima di tutto, perché SAP, come hai detto tu, è la più grande software house d’Europa. La maggior parte delle persone non dico che si sarebbero accontentate, ma magari si sarebbero prese un periodo di respiro sabbatico in qualche modo. E invece tu ti sei buttato subito a testa bassa. Hai fatto qualche altra esperienza in SAP e KPMG, ma poi questa smania di creare qualcosa ti ha fatto buttare a capofitto di nuovo in un’avventura. Perché lo ricordo per chi non è magari addentro a queste cose, fare una startup ci vuole tanta energia, tanta voglia, tanto commitment e quindi chapeau per questa scelta. Ma la mia domanda è sul perché Cyberwave e robotica: dov’è stato il click nella testa che ti ha fatto dire “The Next Big Thing”? Perché buttare tutte le tue energie sulla robotica?
Simone Di Somma
In realtà è perché tu da imprenditore intravedi un pezzo di futuro. Vedi un pezzo di futuro e ci sono due strade. Quando vedi un “glimpse from the future”, uno può essere passivo a quel futuro, quindi puoi semplicemente aspettare che qualcun altro faccia quel pezzo di futuro e te lo porti, oppure invece puoi dire “che figata, adesso lo faccio io quel pezzo di futuro”. Ecco, la smania ti porta all’altra parte del bivio. Pensate che dopo la startup AskData avevo in qualche modo promesso ai miei cari di non fare un’altra impresa, perché è faticosissima. Non perché non sia stato un successo, è stata una success story di realizzazione, di team tecnologico, la tecnologia ora è diffusissima, gli investitori sono andati bene, tutti bene. Però alla fine hai bisogno di tantissima energia personale che un pochino ti consuma. La notte fai tardissimo, dormi male, hai preoccupazioni, devi cercare costantemente di iterare velocemente, non basta mai. Ecco, allora avevo promesso di non farlo più, ma poi quando quel glimpse from the future mi ha tormentato, ho detto: “Simone, ma perché aspettare che magari Google crei quel pezzo di futuro? Fallo”. Ed effettivamente mi sono posto, oltre questa scelta morale, anche un threshold. Ho detto: “Ok, lo faccio solo se riesco a raccogliere così tanti soldi da darmi una chance”. Perché? Perché ovviamente è un ambito molto competitivo a livello internazionale, molto difficile. Avrò bisogno di talenti e per attrarre talenti, per costruire qualcosa che abbia senso, mi ero dato un target di fundraise molto importante in pre-seed, quindi all’inizio della costituzione, senza nessun tipo di traction. Mi ero dato questo target quasi impossibile per un’azienda italiana in pre-seed, e invece l’ho portato a termine. Abbiamo raccolto 7 milioni in pre-seed che in Italia è il record per le aziende che non nascono da uno spin-off o da qualcosa già esistente. Grazie alla fiducia degli investitori, tra cui United Ventures, Techopp e tanti altri, abbiamo deciso di provare a costruire noi in Italia questo pezzo di futuro.
Opportunità in Italia e il Futuro della Robotica
Stefano Maestri
Molto interessante, e hai sottolineato bene tu una cosa: in Italia. Tu vieni da un’esperienza fortissima a San Francisco, Y Combinator. Per fare startup non c’è un ecosistema migliore al mondo in questo momento, questo credo che possano essere tutti d’accordo. Quindi l’Italia è una scelta forte. Perché l’Italia? Affezione al Bel Paese o hai intravisto qualcosa?
Simone Di Somma
Io credo davvero che in Europa e in Italia ci sia un’opportunità molto grande, ovvero l’opportunità di provare ad essere rilevanti per la next wave. Se pensiamo a un comparto europeo che ha perso tutta una serie di rivoluzioni: sul mobile non abbiamo dei giganti e non siamo rilevanti, sul cloud la stessa cosa, sui chip la stessa cosa. Ora, qual è la prossima? Sugli LLM, i famosi Large Language Models, non siamo rilevanti al netto di Mistral, che ha l’1% di share on market, quindi siamo schiacciati tra i giganti cinesi e americani. Ecco, sulla next thing, lavorando sul prossimo layer di valore all’interno dell’economia, io vedo che effettivamente possiamo fare qualcosa. Perché possiamo fare qualcosa? Perché in Italia, nello specifico, siamo la seconda potenza industriale dopo la Germania. Costruiamo tantissime cose, abbiamo tantissime fabbriche e tantissime eccellenze. Non è un qualcosa che facciamo di nascosto, siamo percepiti dal mercato internazionale come chi fa le cose e le fa bene. Vi racconto due aneddoti velocissimamente. Alexandr Wang, il CEO di Scale AI, vende a Facebook la sua azienda quando viene reclutato da Zuckerberg qualche mese fa per diventare il nuovo Head of AI di Meta. Nella prima conferenza stampa che fa ha in testa un berretto e quel berretto porta il logo Ferrari. Noi guardiamo questi titani del tech e questi titani del tech guardano a un prodotto di eccellenza industriale italiano come la Ferrari. Il secondo aneddoto: mi capita a San Francisco di incontrare un top manager di un’azienda coreana, Samsung nello specifico. Si parlava dell’iniziativa precedente, AskData. Io, un po’ intimidito, dico che facciamo software in Italia e che la maggior parte degli sviluppatori era a Roma, a Trastevere. Lui mi disse: “Guarda, saranno ingegneri incredibili, perché io ho da poco provato una macchina italiana sportiva, una Maserati, ed era perfetta. Quindi immagino quanto scriviate bene il software se lo fate come quella macchina”. Questa percezione, completamente diversa dalla nostra, fa capire che sull’eccellenza dell’industria abbiamo una possibilità. Non voglio essere over-optimistic, ma vedo una finestra di opportunità e solitamente ho la presunzione di riuscire a ficcarmi e fare un po’ di spazio. Abbiamo bellissime storie e bellissimi brand e mai come ora dobbiamo fare qualcosa per salvarli o dargli una mano. Ci sono tutta una serie di problematiche, ma alcuni elementi di fattibilità ci sono e dobbiamo provarci.
Physical AI: Democratizzare l’Automazione Fisica
Stefano Maestri
Allora proviamo ad entrare subito nel merito e andiamo a far capire cos’è Cyberwave. Ti va di raccontarci qual è la vostra idea di Physical AI, dove vi collocate e che cosa vorreste fare?
Simone Di Somma
Assolutamente. Tutto nasce da quel click, da quel “glimpse of the future” che veniva da un’intuizione molto pratica. Io sono uno sviluppatore e fare coding oggi è molto semplice. Ci sono piattaforme, come Lovable per citartene una europea, che con poche righe di testo o prompt ti permettono di creare un sito. Ora, che succede quando voglio connettermi al mondo fisico? È un bel guaio. Parlo di una telecamera o di un sensore all’interno dei nostri appartamenti o fabbriche. Esiste una barriera oggi tra il mondo digitale e il mondo fisico. Quando programmo per il digitale è facilissimo; quando voglio fare una cosa semplice nel mondo fisico è complicatissimo, costosissimo e richiede progetti lunghi. Vi racconto un aneddoto: prendo un nuovo appartamento e voglio connettermi con la domotica, ma voglio avere la libertà di usare i sensori e le telecamere come voglio io, senza essere costretto dai vendor. Mi sono reso conto che non era possibile. I vendor di hardware ti danno possibilità molto verticali sui loro sistemi che funzionano bene sul digitale, ma nel mondo fisico tutto è opprimente. Immaginate che un sensore di movimento si accorga di qualcosa e tu voglia spostare un rover per andare a vedere cosa accade. Oggi è quasi impossibile o costosissimo, ti costerebbe centinaia di migliaia di euro. A quel punto il business case non regge: fai prima a pagare una guardia giurata H24. Questo limita l’adozione della Physical AI. La nostra tesi è questa: se riesco a buttare giù questa barriera tra digitale e fisico creando un’infrastruttura per cui con pochissime righe di codice riesco a fare cose nel mondo fisico, libero una domanda latente di automazione robotica per tantissime persone e aziende che oggi ne sono escluse. L’automazione esiste, ma è nelle mani di pochi giganti come Amazon o grandi fabbriche con budget enormi. Democratizzare la Physical Automation significa poter usare di più il cervello e meno i muscoli.
Marketplace di Robot e Hardware as a Service
Stefano Maestri
Uso un termine che magari non ti piacerà: volete fare un po’ la “Vibe Robotics”?
Simone Di Somma
No, bravo, in realtà l’idea è proprio creare l’infrastruttura per fare quello. Mi piace.
Stefano Maestri
Ok, molto interessante. Mettete insieme due mondi con storie diverse: il fisico e il software. Sul vostro sito c’è la possibilità di iscriversi come beta tester per un SDK. Io vorrei usarlo sul mio SO-101, il braccio robotico di Hugging Face. La domanda è: vi collocate solo nel software o avete in mente di produrre hardware?
Simone Di Somma
Partiamo dall’esperienza. Dobbiamo abbattere la barriera della complessità. Il trucchetto che abbiamo immaginato è che l’hardware, a differenza del software, le persone spesso non ce l’hanno. Non dobbiamo assumere che tutti abbiano a casa un braccio robotico. Quindi cosa abbiamo inventato? Un catalogo di robot digitali. Tu con una riga di codice puoi da subito giocare e sperimentare usando una rappresentazione digitale di un robot. Proprio come nel Game Boy: inserisci la cartuccia e compare il robot che puoi muovere e operare in un ambiente simulato. Questa è la prima barriera che abbattiamo: permettiamo di avvicinarsi alla robotica senza avere fisicamente l’hardware. La seconda barriera è: come lo integro nel mondo fisico una volta che ho costruito il software? Comprare l’hardware oggi è difficile. Io voglio quel drone o quel braccio a casa. Quindi la seconda barriera da buttare giù è permettere di ricevere l’hardware con un click, in modo frictionless, come su Amazon. Gli step sono: capisco, creo in digitale, ricevo l’oggetto, lo connetto e rilascio l’automazione. La grossa sfida di Cyberwave è riuscire a far fare cose interessanti a quest’hardware per risolvere problemi veri. Stiamo lavorando con grandi aziende per problemi di ispezione che richiedono flessibilità (spostare oggetti, accendere luci, collezionare dati). Lavoriamo anche nell’ambito della difesa e della sicurezza, visto il clima di incertezza geopolitica, e nella logistica. Vogliamo che la robotica intelligente non sia solo dominio di chi investe miliardi, ma che chiunque abbia operation logistiche possa rilasciare robottini in self-service.
Stefano Maestri
Interessante. Ho visto su LinkedIn il video della renna di Babbo Natale che consegna i doni, il cane robot mascherato. Quindi vi state progettando per essere anche un marketplace di robot?
Simone Di Somma
Corretto. Tutto deve essere un’esperienza semplificata. Oggi comprare un braccio robotico di un brand, ad esempio Universal Robots che è nel nostro catalogo, è un casino. Ti arriva il braccio, ma poi mancano la parte finale per il task specifico, la configurazione, le certificazioni di sicurezza. L’esperienza di delivery e combinazione dei sistemi è terribile. Risolvere questo permette di lavorare in digitale e poi ricevere l’hardware idealmente con un canone (Robot as a Service), riducendo la frizione economica dell’investimento upfront. Entro la fine del 2026 metteremo a terra queste prime versioni di Robotics as a Service.
Approccio Bimodale: Enterprise e Sviluppatori
Stefano Maestri
Quando parli di use case semplici, vi rivolgete anche allo smanettone che vuole farsi la home automation con un rover o solo all’industria?
Simone Di Somma
Abbiamo un approccio bimodale. Vogliamo validare il valore con le grandi Enterprise, ma non vogliamo segregare la piattaforma solo al “do-it-yourself” o ai giocattoli. Lavoriamo su entrambi: use case “long tail” per sviluppatori che vogliono divertirsi con la sicurezza domestica, e validazione Enterprise. Credo ci sia valore nel portare avanti una piattaforma che permetta entrambi. La trasparenza dell’approccio “developer friendly” (sul pricing e sull’uso) sta prendendo piede anche nelle aziende. Le Enterprise vogliono valore velocemente e non vogliono prezzi opachi o lunghi cicli di vendita. Tesla ha fatto la stessa cosa con la “brutal transparency”: i prezzi sono sul sito e non cambiano da una parte all’altra d’Italia. Questo permette di capire subito se c’è valore. Io stesso ho fondato la mia prima startup grazie alla trasparenza di Amazon Web Services e Databricks: vedevo i prezzi, mettevo la carta di credito e tiravo su i server. È quel passato che vorrei tramandare come futuro perché è il modo più sostenibile per costruire una community.
Open Source e Community nel Progetto Cyberwave
Stefano Maestri
Hai citato la parola community, che mi porta all’open source. Dove e come entra l’idea di open source nel vostro progetto, sia nel software che nei Digital Twins?
Simone Di Somma
Sono un grandissimo fan dell’open source. Abbiamo già iniziato a rilasciare componenti come l’SDK e la CLI (Command Line Interface). Tuttavia, ci sono delle sfumature. Uno dei miei mentor in Y Combinator è stato Solomon Hykes, il founder di Docker. Docker è uno standard aperto che ha avuto un successo enorme, ma Solomon mi metteva in guardia dall’eccessivo utilizzo dell’open source perché Docker come azienda ha avuto problemi di monetizzazione a vantaggio di altre società. Anche Hugging Face o GitHub sono promotori dell’open source, ma le loro piattaforme e i registri sono proprietari. Noi ci ispiriamo a questo: creare un registry di Digital Twin che possa ospitare vari vendor. Più facile è l’integrazione, più hardware venderanno. Ovviamente alcuni vendor non saranno della partita, come Tesla con l’Optimus, perché puntano alla vertical integration totale. Ma il mercato non sarà tutto così; ci sarà spazio per un approccio stile “Android” per il mondo fisico. Sponsorizzeremo anche progetti di Open Hardware dove mancano form factor interessanti, come ad esempio per i quadrupedi. Crediamo che l’open hardware permetta di risolvere use case non coperti dai produttori tradizionali. Oggi l’open hardware ha il problema che non ha piattaforme di riferimento; puoi ospitare i file su GitHub ma mancano i collegamenti con la simulazione o con Hugging Face. Noi vogliamo connettere questi punti.
Robotica Umanoide vs. Altri Formati Robotici
Stefano Maestri
Parliamo del robot umanoide. Cina e Musk ci puntano molto perché si adatta all’ambiente costruito per l’uomo. Ma c’è tutta un’altra parte della robotica trascurata dalla stampa. Perché dovremmo interessarcene?
Simone Di Somma
L’umanoide solletica un sogno dell’umanità, un desiderio da fantascienza. È un form factor che permette uno “swap a caldo” dell’uomo in processi studiati attorno alla nostra fisionomia, facilitando il retrofitting. Tuttavia, proprio come nella digitalizzazione, senza un redesign dei processi l’automazione non risolve tutto. L’automazione digitale è esplosa quando abbiamo ridisegnato le applicazioni per essere “microservice first”. Lo stesso va fatto per i processi fisici: è un lavoro più lungo ma con benefici immensi. Avremo bisogno di diversi form factor: droni, rover, quadrupedi, container. Ogni compito ha il suo strumento ideale. Gli umanoidi oggi hanno ancora limitazioni di peso e possono essere pericolosi. Il “prediction game” non è capire “se” accadrà, ma “quando” e con quale velocità, oltre all’accettazione sociale.
L’Innovazione e i suoi Limiti
Stefano Maestri
Anche la guida autonoma ha avuto una storia simile: se ne parla da dieci anni, la tecnologia ora c’è ma l’accettazione è ancora scricchiolante perché si è alzata troppo l’asticella troppo presto.
Simone Di Somma
Esatto. Se spingi troppo rischi di rompere qualcosa e avere degli “step back”. Gli early adopters devono fare la parte di R&D della società, poi gli altri seguiranno quando pronti. Abbiamo un disperato bisogno di robotica a causa del “labor shortage” e della denatalità. Ci sono lavori rischiosi e usuranti che le persone giustamente non vogliono più fare. Non dobbiamo far fare lavori da robot agli umani.
L’Intelligenza Artificiale Fisica
Stefano Maestri
Parliamo di AI generativa in questo contesto. Ho parlato spesso di VLA (Vision Language Action Model). Ci state puntando?
Simone Di Somma
L’AI è ovunque. Non è possibile fare quello che ho descritto senza AI, soprattutto per migliorare l’esperienza utente. Configurare un robot senza AI è laborioso e non adattivo. Per quanto riguarda il VLA, stiamo introducendo azioni negli output della generativa. Esistono due macromondi: quello autoregressivo, simile ai language model, e i modelli di diffusione (come Midjourney) per generare gli output di movimento. Stiamo testando input nativamente video, non solo sequenze di foto.
Il Reinforcement Learning nella Robotica
Simone Di Somma
Il Reinforcement Learning (RL) è fondamentale. Nel fine-tuning classico io do degli esempi, ma nella robotica gli esempi potrebbero non essere ottimi. Se muovo un robot con un joystick, quella traiettoria probabilmente non è quella ottimale. Il Reinforcement Learning ci permette di usare feedback di reward: non imitiamo e basta, ma diamo un giudizio sull’azione. Questo genera modelli che performano meglio degli umani. Ci sono task, come tenere bloccata una porta che si chiude da sola mentre il robot passa, che richiedono predizioni a lungo termine difficili da ottenere con le tecniche tradizionali. L’RL è più importante qui che nel testo o nelle immagini.
La Ricerca e Sviluppo in Robotica
Simone Di Somma
Utilizziamo ambienti simulati per l’addestramento, affrontando il problema del “Sim-to-Real”, ovvero il gap tra mondo digitale e fisico. Trovare talenti è la vera sfida. Zurigo è stata una scelta obbligata per noi: è un hub incredibile per l’R&D (penso ai robot della Disney o alle eccellenze dell’ETH). Essere lì ci permette di traghettare le scoperte della ricerca verso applicazioni pratiche.
Stefano Maestri
C’è un problema di ingegnerizzazione della ricerca. Il ricercatore “spara nel mucchio”, mentre serve l’ibrido con l’ingegnere per capire cosa è promettente per il mercato.
Il Ruolo delle PMI nella Robotica
Stefano Maestri
In Italia la manifattura è trainante. Vi rivolgete all’industria pesante o c’è spazio per le PMI, dove spesso si sente ancora dire “l’operaio fa meglio del robot”?
Simone Di Somma
L’approccio è bimodale, ma partiamo dalle aziende più grandi. Le PMI richiedono una fase di “education” che come startup non potremmo sostenere da soli. Sulle Enterprise non devi fare convincimento: sanno che l’automazione serve. Il punto è che anche nelle fabbriche più automatizzate ci sono task “underserved” fatti ancora a mano. Quello è lo sweet spot. Ad esempio, mettere l’antivegetativo alle grandi barche: essendo pezzi unici per commessa, il costo di ingegnerizzazione tradizionale è troppo alto e si finisce per farlo a mano. Se noi standardizziamo l’infrastruttura, queste operazioni diventano sostenibili. In un secondo momento, con modelli “as a service” pacchettizzati, potremo scendere verso le medie e piccole imprese.
Costruire una Community di Innovatori
Simone Di Somma
Non dobbiamo fare noi tutti gli use case, deve farlo la community o altre aziende usando la nostra infrastruttura. Noi siamo l’infrastruttura, un po’ come Stripe per i pagamenti o AWS. Ma per costruirla bene dobbiamo prima “sbatterci il muso” noi con dei casi reali. Nel mondo fisico c’è una complessità normativa e di sicurezza (certificazioni ISO) che nel digitale non immaginiamo. Risolveremo questi problemi e daremo gli strumenti alla community.
L’Esperienza in Y Combinator
Stefano Maestri
Sei arrivato in Y Combinator con un bagaglio importante (HP, Philip Morris). Hai detto di aver imparato l’umiltà. Com’è stato l’impatto?
Simone Di Somma
È vero. Magari in Italia ti senti un “enfant prodige”, poi arrivi lì a 34 anni e trovi ragazzi di 20 anni bravissimi da Harvard o Stanford. Capisci che non sei la persona più intelligente nella stanza, e se lo sei, hai sbagliato stanza. È un ambiente iper-competitivo ma virtuoso, che ti dona umiltà. L’umiltà è la base fondamentale per il miglioramento perché ti mostra le aree di crescita. Il consiglio è di spostarsi sempre verso sfide più grandi quando ci si sente troppo nella zona di comfort, perché i muscoli atrofizzati non portano a fare meglio.
Consigli per i Giovani Innovatori
Stefano Maestri
Cosa diresti a un diciottenne che deve scegliere la sua strada oggi?
Simone Di Somma
È un momento storico difficile per dare consigli. Direi che le competenze tecniche “hard” sono sempre più importanti. Il coding è come l’inglese: bisogna saperlo. Bisogna conoscere la tecnologia in modo intimo. Python e la formazione ingegneristica (intesa come mentalità per capire i “first principles”) sono fondamentali. Quindi: inglese, Python, hard skill e, soprattutto, imparare ad imparare. C’è una necessità di reskilling costante. E infine la grinta: vedo giovani già vinti, invece c’è tanto da vincere se si ha la grinta per massimizzare le opportunità.
Stefano Maestri
Mi ricorda un ragazzo che qualche anno fa mi disse: “Quindi, anche se c’è tutta questa tecnologia, mi tocca studiare?”. Sì, tocca studiare, forse più di prima. Ti ringrazio Simone, è stata un’intervista illuminante e arricchente. Complimenti per quello che stai facendo per l’ecosistema Italia.
Simone Di Somma
Grazie a te Stefano e a tutti gli ascoltatori.