Intervista Pamela Gotti


title: “Intervista a Pamaela Gotti: dal codice alla CTO, tra AI e persone, lottando con il gender bias” categories:

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[00:11] Introduzione e il Gioco Preferito

Stefano Maestri

Ciao a tutte e tutti e bentornati a Risorse Artificiali. Bentornati alle nostre interviste, che, come dico sempre, non artificiali, molto umane. Oggi ho l’onore di avere una gradita ospite che, come al solito, non vi presento subito, anche se avete già letto il nome e tutto quanto, lo dico sempre, ma le faccio prima la mia prima solita domanda e poi la lascio introdurre. Il tuo gioco o giocattolo preferito? Ieri o oggi?

Pamela Gotti

Allora, ti dico di ieri e di oggi. In realtà te ne dico due perché ho un gran problema a scegliere le cose preferite in generale nella vita. Quindi te ne dico uno virtuale e uno vero. Il mio gioco preferito di sempre virtuale da quando ero piccola è The Day of the Tentacle, che è questo gioco, questa avventura della LucasArts che mi piace tantissimo e che ci rigioco ogni 2-3 anni perché a parte che ho una memoria pessima e non mi ricordo mai come si risolvono i vari enigmi, però c’è tutto un po’ gli elementi che mi fanno sempre un po’ sognare. C’è questa macchina del tempo, tu che vai indietro nel tempo, mandi oggetti nel futuro per trasformarli. Cioè davvero è bellissimo. Poi c’è tutta una parte un po’ ironica che mi piace tantissimo e poi ancora un vecchio stile pixel art. E invece nella vita reale mi piace tantissimo giocare a giochi collaborativi. Ho giocato per anni a D&D, quindi se devo scegliere qualcosa, anche una campagnina veloce fa sempre piacere.

Stefano Maestri

Bellissimo questo D&D. Parentesi nerd chiusa, ma potremmo tenerla aperta per ore perché io ho fatto per 15 anni almeno il master quindi… Wow! Quindi potremmo tenere aperta la parentesi nerd per ore, ma la chiudiamo al volo e ti presento Pamela Gotti. Io dico sempre soltanto il nome, lascio a voi di auto-introdurvi che sicuramente avete più presente qual è la sfaccettatura che vi piace presentare. Perché io dico sempre che non bisogna chiudersi nei titoli, cioè io potrei dire che sei CTO di una fintech, eccetera eccetera, ma lascio a te.

[02:30] Chi è Pamela Gotti: Dal Codice al Ruolo di CTO

Pamela Gotti

Grazie dell’invito, è un piacere essere qui. Chi sono io? Sono al momento CTO di Banca CF Plus. Ho un passato che vive nell’informatica da quando avevo la veneranda età di 10 anni. Questo spiega anche un po’ perché sono andata subito sul videogioco. Ho giocato videogiochi per tutta la vita praticamente. Comunque ho avuto tante esperienze di lavoro all’estero anche in startup, ho fatto 5 anni fuori all’estero poi sono tornata in Italia per fare due startup e l’ultima è stata acquisita da Banca CF Plus che è il posto dove lavoro adesso e dove gestisco un team di engineers, product and data e cerco un po’ di digitalizzare i prodotti della banca, che è quello che è il mio core. E poi nel poco tempo libero che ho insegno Python alla Bologna Business School. Sono ambassador di N-Community, sono stata ambassador di CodeMotion, sono ambassador di SheTech e sono parte del programma di AWS Hero. In queste sono un po’ io.

Stefano Maestri

Bene, le toccheremo un po’ alcune di queste community perché mi interessa approfondire un po’ di cose. Ma partiamo proprio dall’inizio, inizio, inizio. Tu hai scritto varie volte anche sui social di quanto poi sia stato importante per te entrare nel mondo tech da donna. E importante da un lato ed difficile dall’altro. Parto da questa domanda perché, lo dico per gli ascoltatori, qualche tempo fa ho intervistato Serena Sensini, una comune amica, e siamo andati lunghi, abbiamo tenuto aperto il momento nerd molto di più con lei, e non sono riuscito ad approfondire abbastanza o come avrei voluto questi aspetti con lei. Tu hai scritto una volta che eri l’unica donna in aula al Politecnico. Cosa ha significato per te questo? Ti ha messo in difficoltà? Ti è stato di stimolo nella vita a giudicare da quello che hai fatto dopo? Direi di stimolo, ma la tua sensazione?

[05:02] Donne nel Tech: Dall’Istruzione al Mondo del Lavoro

Pamela Gotti

Allora, all’epoca non è mai stato un problema. Poi ti dicevo, io ho iniziato a studiare informatica a 10 anni non per scelta in realtà, ma per caso, perché la mia scuola media aveva tirato in ballo, aveva creato questa classe sperimentale di informatica e francese a cui ovviamente non si era scritto nessuno e per riempirla una persona sana che cosa fa? Toglie la classe. Invece all’epoca hanno preso un vaso con dentro i nomi, hanno pescato i nomi tra quei nomi c’ero pure io. E i miei genitori non si sono fatti impietosire dalla mia voglia di andare in classe con i miei compagni delle elementari ed è iniziato il mio viaggio con l’informatica ed è stato un po’ amore a prima vista. Però questo per dirti che io sono sempre stata abituata ad essere una delle poche, perché alle medie, appunto, già in quella classe c’erano un po’ di ragazze perché erano state estratte. Poi ho fatto l’ITIS. Quindi anche all’ITIS non è che proprio ci fosse chissà quella grande presenza femminile. Diciamo che io però ero forse una delle pochissime che si era iscritta all’ITIS per vocazione. In realtà era un po’ più per “non so cosa fare, proviamo”. A me proprio piaceva, era un mondo che volevo investigare. Sempre col nesso ai videogiochi, no? C’avevo visto il potenziale di dire “ma cavolo, ma allora me li posso scrivere da sola? Io da grande scriverò i videogiochi”. Poi ho anche scritto qualcosa ma ovviamente poi non è diventato il mio core. All’università anche, eravamo in tanti in realtà.

Stefano Maestri

ITIS informatica hai fatto?

Pamela Gotti

ITIS informatica, sì sì. Poi all’università ho fatto Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano e Politecnico di Torino. Quando ho fatto la specialistica, quando ho fatto la triennale eravamo ben, non mi ricordo quanti eravamo in totale in corso, ma saremmo stati un 200 persone credo. E di ragazze ma una decina forse ci arrivavamo. E quando ho fatto la specializzazione, che ho fatto la specializzazione in robotica e intelligenza artificiale, di fatto ero l’unica nella sezione. Non mi è mai pesato perché ho avuto la fortuna durante gli studi di non essere mai discriminata in nessun modo. Poi forse anche questa mia vena un po’ nerd mi ha aiutato tanto a socializzare con i ragazzi, perché anche le campagne di D&D, cioè chi vuole che c’ero io con tutti i ragazzi. Mi ricordo che andavamo anche a fare le LAN all’epoca, ti prendevi il computer, andavi a giocare a Icewind Dale o a qualunque, io c’ero. Però mi hanno sempre trattato da pari. E non mi sono mai, devo dire, accorta del problema finché non sono andata a lavorare all’estero.

Stefano Maestri

Certo. Sì immagino.

Pamela Gotti

La mia prima esperienza di lavoro è stata, io laureata dopo due settimane, il CEO della mia azienda mi dice “Ci sta partendo un progetto per Expedia Seattle, vuoi andare?”. Non avevo mai preso un volo in vita mia, ho preso e son volata di là. Però la prima esperienza di lavoro in sé, anche lì unica donna, ma ho avuto a che fare con delle persone che mi hanno seguita benissimo, mi hanno fatto proprio da mentor, li sento tutt’oggi, a parte per sapere come va, però c’è un problema, c’è un po’ quelle figure di riferimento. Io sono una grande fan del terminale, perché mi trovo meglio a scrivere comandi da terminale piuttosto che andare in interfaccia grafica, perché sono lentissima e tutto quello che ho imparato, l’ho imparato nelle mie prime esperienze, perché ho avuto i miei mentori, tutti uomini. Poi una certa sono andata, quando stavo a Seattle in realtà l’azienda era italiana quindi andavo anche un po’ avanti e indietro perché per questioni di visto non è che puoi stare in Stati Uniti per più di un tot di tempo, dopo un po’ mi sono rotta le scatole di fare la pendolare perché insomma non era un viaggio molto comodo perché insomma Seattle e Milano era un po’ impegnativo, e deciso di andare all’estero. E lì c’è stato il primo momento di: “Oddio aspetta cosa sta succedendo?”. Prima ho fatto una piccola parentesi in Francia e poi sono andata a lavorare per Google Dublino e in Google ho avuto un attimo di: “Cos’è tutta questa presenza femminile? Fermi tutti”. E’ stato quasi, avevo quasi paura della cosa perché io non ero abituata ad interagire con delle donne, ok? Quindi è stato bello e mi sono resa conto del problema che avevamo in Italia, poi c’è un po’ dappertutto, però quando vedi l’evidenza che arrivi a lavorare in un team dove ci sono n donne che sono super brave, comunque sindrome dell’impostore già con gli uomini, poi vedi altre come te che sono a dei livelli altissimi, ansia in generale. Ho avuto tanta paura poi quando sono rientrata in Italia. Quando sono rientrata ho detto: “Mio Dio adesso io torno. Non avrò più a che fare con persone di talento. Donne non ce ne saranno più”. Perché comunque immaginate che io stavo a Dublino e a Dublino in media cosa facevi? Andavi al pub e incontravi gente comunque di un’altra big tech con cui parlavi, scambiavi idee e cose eccetera. Io non pensavo minimamente che questa cosa qua a Milano sarebbe successa. Tant’è che torno e mi sono ricreduta perché abbiamo un pool di talenti pazzesco anche qua in Italia. Ovvio è più difficile che vai a prendere una birra da qualche parte la sera qua a Milano e ti trovi, che ne so, la persona di… Io ero al meet up di AWS, quindi mi viene in mente Amazon, ma che ti trovi la persona che lavora in Amazon con cui scambiare idee, quella è più difficile. Però pool di talenti pazzesco dal punto di vista delle donne, è quando ho iniziato a lavorare con SheTech. Proprio con l’idea di dire: “Senti, fammele trovare queste donne, perché ci saranno in Italia”. E agli atti pratici, una fatica bestiale anche lì. SheTech adesso è cresciuta rispetto a quando ho iniziato io, ci sono un sacco di persone e vedo anche all’università, io sono rimasta in contatto con il mio correlatore di tesi e vado ogni tanto faccio un po’ la prezzemolina, vado a parlare di quello che ho fatto ai ragazzi del laboratorio di microarchitetture dove ho fatto la tesi della triennale e dove all’epoca di ragazze eravamo in due. Adesso non dico 50 e 50 ma quasi ci siamo quindi vedo un po’ che le cose stanno cambiando. Comunque per rispondere alla tua domanda originale non mi sono mai sentita discriminata dal mio gruppo di lavoro, ok? Quando si usciva dal gruppo di lavoro ogni tanto è capitato. Mi è capitato per esempio quando sono tornata in Italia, mi ha sempre lasciata sconvolta, eravamo nella startup c’era il CEO poi c’ero io che di fatto ero la tech lead del team e poi eravamo altre quattro persone, tra cui un’altra donna, no due donne, la data analyst e un’altra software engineer. Insomma la mattina arriva, non mi ricordo più chi era arrivato però stava cercando il CEO, non c’era ancora nessuno, c’era solo la segretaria… no aspetta scusa, per riforma non era la segretaria, era quella che ci faceva la contabile, che gestiva le buste paga, eccetera. Perché questa persona dice alla contabile: “Guarda che ogni tanto vedo la segretaria dell’amministratore delegato”. E cosa dice? “Ma Luca non ha la segretaria, ma di chi parli?”. “È la ragazza ricciolina rossa”. E dici, ok va bene. Quindi mi è capitato questo, mi è capitato di stare in un meeting senza senso dove stavamo cercando, questo con un’altra startup, di acquisire un’altra azienda, quindi immaginate noi, voi e io ero l’unica donna, stavamo cercando di acquisire quest’altra azienda, dopo che ci presentiamo questi ovviamente i miei colleghi li chiamavano tutti per nome e io signorina. Alla terza volta che dico signorina che io mi stava partendo l’avena, i miei colleghi che iniziano: “Ingegnere no?”. “Sì sì signorina signorina signorina”. Finché sono sbottata anche io mi sono presentata a un nome, non volete chiamarmi ingegnere chiamatemi per nome. Questi non si sono neanche preoccupati di capire come mi chiamassi io. Cioè stavano andando loro a cercare di farsi acquisire, capito? E non hanno minimamente provato a fare il passo per farsi capire da me ovviamente però tutti gli altri dottore ingegnere eccetera eccetera quindi mi sono capitate queste… è culturale.

Stefano Maestri

Ehi! Sì, sì, beh, proprio culturale, un problema culturale.

Pamela Gotti

È un gap culturale, ma soprattutto anche di una certa secondo me generazione, perché lo vedo, sono cresciuti in un determinato modo e non hanno mai avuto a che fare con delle donne e ogni tanto mi capita di parlare con qualcuno che mi dice che il tema delle quote rosa è una cavolata. Io sono del parere che la quota rosa serve perché se queste persone non le metti nelle condizioni di abituarsi ad avere delle donne in giro non cambierà mai niente.

Stefano Maestri

Sì, esatto. Ma sai, idealmente lo sarebbe una cavolata se fossimo in un mondo evoluto già e perfetto. Non lo è nel momento in cui ce n’è bisogno, sono d’accordo con te.

Pamela Gotti

Assolutamente.

[14:44] Diversity, Accessibilità e Conferenze Tech

Stefano Maestri

Assumo lì nel divario donna uomo così come se vai a prendere la diversity in generale. Sì, sì, l’accessibilità, la diversity, tutto quanto anche se entriamo anche nel mondo dell’accessibilità, quanto poco lavoro, in realtà viene fatto sull’accessibilità sia fisica ma anche non fisica, anche a livello di design delle interfacce grafiche che dicevi prima e tutte queste altre cose. Ci sono tutta una serie di gap che al momento non sono ancora colmati, su cui si sta lavorando. Concordo anche sul generazionale, io che ho qualche anno più di te me ne accorgo banalmente frequentando le conferenze. Nel momento in cui si va a conferenze, passamelo, su tecnologia un pochino più legacy, di Java, piuttosto che altro di questo genere, la percentuale maschile è altissima, se non la quasi totalità. Più vai verso tecnologie giovani nuove, più il gap si riduce. Questa è proprio una cosa che si vede.

Pamela Gotti

E lì credo che sia un problema anche, scusami se mi interrompo, proprio di chi organizza le conferenze. Altra cosa che mi è capitata l’anno scorso, mi hanno invitato a parlare di una conferenza e voglio dire, ho un po’ la presunzione di saperne su alcuni temi perché sennò non sarei nel mio ruolo e non avrei fatto tutto quello su cui ho lavorato, però di solito le persone arrivano a me perché: “Ah guarda, c’è la donna, vieni a parlare sul palco, va in giro a parlare e chiediamogli se vuole venire a parlare”. In generale a me piace, quindi dico sempre di sì, però se mi fai parlare di cose interessanti. Allora, in una conferenza dove mi vieni a chiedere nel 2025, dell’andare a spiegare quali sono i vantaggi di utilizzare le API… era una conferenza dove poi ho visto tutta la line up e ero l’unica donna. Ma allora è una conferenza grossa e comunque almeno di speaker saremmo stati una quarantina. Metti insieme le due cose, cioè non c’è attenzione al gender gap nel momento in cui mi vieni a chiedere di parlare mi vieni a chiedere di parlare di cose che… in una conferenza tecnica io non mi aspetto nel 2025, l’anno scorso, 2024, non mi aspetto di dover andare a spiegare a che servono le API. Quando comunque c’era già tantissimo anche il focus sull’intelligenza artificiale mi sarei aspettata più, sai, focus verso di quello. Invece mi è sembrato di dire ok questo è un mondo che è stato rimasto fossilizzato sia per principi etici ma anche per contenuti a n anni fa.

Stefano Maestri

Sì, purtroppo.

Pamela Gotti

Non sono andata, by the way. Ho declinato gentilmente l’invito dicendo chiaramente guarda non c’è attenzione alla diversity, non c’è attenzione a quelli che sono i temi importanti a oggi e quindi ciao, non sono letteralmente andata.

[18:53] AI nel Fintech: Opportunità e Governance

Stefano Maestri

Sì, guarda, hai detto tante cose e avrei tante curiosità sulle cose che hai detto. Cerco di metterle in fila, cerco però prima di riportarti un secondo sul tema che è del podcast, ma soltanto un attimo, perché hai detto un paio di cose che mi interessano, che sennò poi i miei colleghi di podcast mi sgridano che non sto in tema. No sto scherzando, Paolo e Alessio sono bravi mi sgridano poco. AI, hai detto adesso AI che è il focus che c’era già l’anno scorso e l’hai definita come una delle cose rilevanti e importanti di questo periodo. Tu da CTO in generale e da CTO fintech. Come vivi questa cosa qui? Tu sei sicuramente molto preparata, hai anche un Master Degree sull’argomento e quindi hai il grosso vantaggio rispetto ad altri CTO probabilmente di capire di che cosa si parla, perché purtroppo quello che si vede in giro è che non sempre tutti sono… magari sono più fermi sulle API. Vuoi per età, vuoi per formazione… Quindi tu hai il grosso vantaggio di saper di che cosa si parla, ma sei anche in un ambiente fortemente regolato, perché comunque sei in una banca. E quindi come concili queste due cose? Cioè, è la benvenuta al tuo tavolo l’AI oggi, o ancora sei più scettica, non voglio dire scettica da un punto di vista tecnologico o personale, ma più scettica applicato al tuo business?

Pamela Gotti

Io non sono assolutamente scettica, sono molto entusiasta della cosa e almeno nel mio settore, almeno quello che vedo in banca, c’è molta curiosità, molta voglia di sperimentare, ma a 360 gradi ti parlo. Ovviamente il mio team abbiamo fatto un hackathon quando è stato due settimane fa, ha tirato fuori dei prodotti in otto ore che è stato bello vederli sperimentare e tirar su qualcosa di concreto in così poco tempo. Poi avevamo anche degli stakeholder di business dentro, sono venuti a vedere i risultati presentati e sono rimasti un po’ a bocca aperta. Avevamo la nostra persona che si segue lato HR che è riuscita a capire che cosa hanno fatto in otto ore. Che sono riusciti proprio, come dire, avendo sia la conoscenza di business che la capacità di trasformare quelle idee in realtà, hanno fatto capire anche una persona di HR, anche i task più tecnici, perché ne hanno fatti alcuni che erano molto meno business-oriented e tecnici, però non sono riusciti a far capire tutto. Comunque, torno su quello che mi stavi dicendo, c’è tanto entusiasmo e spesso la gente anche in banca ti viene a dire: “Guarda, ma perché non usiamo l’intelligenza artificiale per fare un task?”. Cosa è successa? Ci hanno chiesto di usare l’AI, la semplifico non era esattamente così, però per passare un file XML, di cui esistono già parser, avevamo già fatto una roba in interna, gli dici: “Forse non è che proprio la generative AI è proprio la cosa migliore su cui andare”. Vedo che c’è tanto interesse, bisogna fare tanta educazione per far capire quando ha senso usarla, quando non ha senso usarla. Diciamo che nel mio day to day, beh ovviamente i ragazzi per sviluppare anche io quelle poche volte che mi capita, utilizziamo i vari cloud copilot, io uso un tantissimo Kiro che mi piace un sacco. Però poi agli atti pratici quando c’è da andare in produzione, c’è Security che mi drizza le antenne e dico: “Aspetta un attimo cosa devi fare?”. Per l’Hackathon i ragazzi hanno usato Lovable per tirare su una piccola applicazione per fare una roba sugli SGL. Banalmente Lovable è bloccato se sei sulla rete della banca. Quindi quando gli ho detto: “Sentite, devo fare la presentazione all’amministratore delegato, sbloccatemi almeno il dominio”. “Eh ma cosa fa questa app? Sei sicura? Ma deve andare codice”. Quindi insomma, bisogna tanto lavorare a braccetto, sia con Security che con Governance, per far succedere le cose. Poi, posto che sono molto aperti, però ovviamente sono molto anche conservativi, quindi ogni singolo use case che portiamo su dobbiamo lavorarci bene, devo fargli capire bene che cosa stanno facendo gli algoritmi che tiriamo su, dove vanno a finire i dati. Infatti le poche applicazioni che siamo riusciti a mettere in piedi, cioè in realtà ne abbiamo una mezza che sta girando che è un banalissimo RAG per leggere le note integrative dei bilanci. È una roba molto easy, quella vive tutto sul nostro cloud, su AWS, sanno esattamente che modello sta girando, dove stanno i PDF salvati, dove andiamo a scrivere i dati risultanti. Quindi c’è da fare tanto lavoro con loro appunto per far sì che poi… Cioè poi il problema vero al di là del credo… No, c’è anche un problema obiettivamente di compliance, però agli atti pratici, poi quando mi viene Banca d’Italia a farmi l’ispezione, dobbiamo essere sicuri che non trovino falle in quello che facciamo. Poi una cosa che ho notato in passato è che spesso si pensa, cavolo, arriva Banca d’Italia, già il nome ti fa pensare a una roba grossa, lenta, eccetera. Poi ci parli e ci fai capire tante cose, quindi sono anche aperti loro a tante delle pratiche che abbiamo. Per esempio, ho uno stack abbastanza anomalo per essere quello di una banca, perché abbiamo una piccola componente Java che abbiamo ereditato, è stata implementata prima che la banca comprasse la startup da cui arrivo. Il mio linguaggio principale è Rust. I ragazzi del mio team sono responsabili di tutto il ciclo di sviluppo, cioè se metto lì col PM si scrivono le specifiche, rilasciano loro in produzione, mi fanno loro la manutenzione, eccetera eccetera. La prima volta che ho dovuto spiegare questa cosa agli ispettori di Banca d’Italia, il fatto che i ragazzi fossero autonomi a rilasciare, ho detto “apriti cielo, ma perché fate così?”. Poi gli spieghi, sai, più veloce, il developer è lui che sa, lui o lei che sa che cosa ha sviluppato, è la persona migliore che può capire su che sistema deve andare, bla bla bla, andiamo molto più veloci, dico: “Ok, bene, capito, prendo atto, te lo facciamo passare”.

Stefano Maestri

Va benissimo perché mi apri un po’ di domande. Ecco parliamo di security e governance legate alle AI. Hai toccato un punto che a me ha in parte incuriosito. Hai detto giustamente è tutto tranquillo perché gira sul nostro cloud AWS e va bene, vi danno tutte le garanzie del caso, ma security e governance invece come si pongono verso l’LLM? Hai parlato avete un RAG quindi ci sarà un LLM da qualche parte e questo LLM dove sta? È vostro, gira sul vostro AWS?

Pamela Gotti

No, abbiamo… allora noi usiamo Bedrock e quindi abbiamo fatto un po’ di sperimentazioni con quello che Bedrock ti mette a disposizione. Non abbiamo fatto cose nostre, assolutamente no.

Stefano Maestri

Quindi la parte dei dati per loro è accettabile che vada su un LLM terzo?

Pamela Gotti

Poi non abbiamo neanche dati sensibili, perché sono dati delle aziende che noi ci compriamo.

Stefano Maestri

Sì, dicevi l’analisi di bilancio, no? Sì, sì, ok. No, quindi quelli sono dati pubblici. Vabbè, io ho lavorato per tanti anni in Cerved, quindi so di che cosa parli. Sì, no, no, quelli sono dati assolutamente pubblici, quindi non avete neanche problemi, neanche alla fine di legislazione europea particolare. Non so se l’AI Act tocca qualcosa lì, ma non credo, ecco.

Pamela Gotti

Non è entrato nel radar, ecco, quindi non credo proprio.

[27:26] Developer Experience e AI Coding

Stefano Maestri

Ok quindi direi di no. Bene. E poi invece un’altra cosa che hai toccato è questo team di sviluppo che è completamente autonomo. Tu hai in vari post che ho letto di recente, parli spesso di developer experience. Quindi la domanda è scontata al di là dell’hackathon. Vibe coding, AI assisted coding, queste cose qui sono già entrate nei vostri radar o soltanto a livello di Hackathon perché in ambiente regolamentato si fa più fatica?

Pamela Gotti

No no sono entrati a livello di scrittura di codici sì, i ragazzi utilizzano tutti, gli dicevo, chi utilizza Claude, chi utilizza Copilot, che io credo di usarlo solo io, l’ho fatto vedere una mezza volta ma diciamo che poi uno sceglie anche un po’. Allora per quello che facciamo noi si equivalgono, ok? Non ti posso dire che abbiamo fatto un’analisi per cui Claude è stellare rispetto a Copilot, no. Non è che facciamo Rocket Science, gestiamo finanziamenti alle imprese con N sfaccettature e per quello che facciamo noi va benissimo entrambi. Quindi ho lasciato un po’ la scelta libera in questo momento i ragazzi lo usano abbastanza tutti. Sai, da quando ti capita di fare un prototipino per un problema che è successo di recente… abbiamo il nostro algoritmo di machine learning che ci dice se possiamo finanziare o meno un’azienda. Ovviamente, essendo Machine Learning è difficile andare a spiegare perché ha fatto una determinata scelta. Quindi abbiamo fatto una dashboard con gli SHAP che spiega un po’, cerca di spiegare qual è la ratio dietro una certa scelta, però abbiamo dovuto fare una piccola dashboard che vada a spiegare alle persone che sono a contatto col cliente, quindi ti parlo letteralmente del customer delight che fa il supporto post sales… post sales non è vero perché non siamo ancora arrivati lì, però immaginate la situazione in cui ho un mediatore che mi porta un cliente, io ti boccio il cliente e il mio team, che sono in contatto con il mediatore, devono essere in grado di spiegare il perché. Non sono persone tecniche, non sono persone che sanno come funziona un algoritmo di machine learning, però gli abbiamo fatto una piccola dashboard che li aiuta a capire qual è il razionale di una scelta. Una cosa del genere l’abbiamo tirata su, fatta io con Kiro, iniziato poi l’ha preso il team e andato avanti con Claude, ma l’abbiamo tirata su davvero in una giornata forse con anche tutte le iterazioni del caso. Lo stiamo usando tanto anche per scrivere i test ovviamente perché abbiamo una gran parte di codice che è rimasta dagli albori che ancora non è coperta da test quindi la stiamo usando proprio per fare la documentazione test eccetera eccetera e poi quando ci capita di fare nuovi sviluppi adesso non si va più alla vecchia maniera no? Di scrivere cercando su Stack Overflow o cercando qualcuno che ha avuto il tuo stesso problema, passi prima per l’LLM del turno.

Stefano Maestri

No, Stack Overflow mi spiace per loro, ma è un’esperienza che sta finendo, evidentemente. Guarda, poi mi piacerebbe tornare su alcuni di questi argomenti, ma ci torniamo dopo. Faccio un passo indietro adesso, siamo andati, parlando di AI, siamo andati a bomba ai giorni nostri, ma c’è un… ci sono una serie di step nella tua storia, tua storia personale, tua carriera che sono interessanti da toccare. Poi torniamo sul machine learning, la differenza un attimo con l’AI e anche l’explainability. Ho toccato due temi che a me sono molto cari ma non voglio perdermi un punto importante. Tu hai detto lavoravi a Dublino, lavoravi in Google. Sempre stata appassionata di tecnologia e di informatica nella fattispecie. Molti al posto tuo si sarebbero sentiti arrivati. Dove vado oltre? Ok Google, arrivati o almeno faccio carriera lì no? Perché prendo, mollo tutto, torno in Italia con tutti i rischi del caso. L’Italia è un gran bel paese ma non è esattamente il più spinto tecnologicamente che abbiamo nel mondo, almeno nel mondo occidentale. E per di più molli la big tech più big di tutte per andare a fondare una startup, spoiler la prima non va neanche benissimo. E spiegamela questa scelta, mi interessa molto e vediamo se è ispirazionale per qualcun altro che vuole rinnovare il tech del bel paese.

[31:37] La Scelta di Lasciare Google e Tornare in Italia

Pamela Gotti

Per niente. Sì, tra l’altro vado un attimo prima di Google, io prima di andare in Google ero andata a lavorare per Amadeus, nella zona di Nizza, Sophia Antipolis, quelle parti lì. Ho iniziato a lavorare da Nizza, era il gennaio del 2011, a marzo mi ha chiamato un recruiter su Google, e io ovviamente da software engineer, cosa fai? “Sì, tutti i colloqui”. Per fare i colloqui anche di persona è stato un cinema perché per arrivare da Nizza a Dublino non ti dico il giro, ho rischiato di perdere l’aereo, mi ricordo che c’era stato un mio amico che alle 4 del mattino mi ha portato in aeroporto, quanto mi poteva voler bene la gente all’epoca. Però io sono stata a Nizza cinque mesi. Io a maggio del 2011 non sono mai stata così abbronzata in vita mia, te lo giuro, perché, tra l’altro, avevo la casa che era letteralmente… io vedevo il mare dalla finestra, cioè due minuti ero giù in spiaggia. Però mi chiama Google, cosa fai? Lasciando la Costa Azzurra, Dublino, clima completamente diverso, la maggior parte delle persone sarebbero andate fuori di testa, perché quando le racconto questa cosa mi dicono “ma come, ma là piove sempre!”. Io gli dico ma no, ma non piove sempre, piove un’ora, poi c’è il sole. Poi arriva un vento della madonna, poi fa di nuovo freddo e poi fa di nuovo caldo, ma non ti fa impazzire, no è bellissimo. Tutto contornato dal fatto che per me, una cosa che mi è sempre dispiaciuta è di non aver fatto l’Erasmus in università. Quindi immaginate di prendere, quanti anni avevo? 27 anni, vai a Dublino a lavorare per Google dove c’è… parlavamo di talenti prima, andavamo a prendere il caffè e andavi a parlare con gente comunque con un sacco di esperienza più di te da cui pendevi dalle labbra a parlare dei massimi sistemi. In più a Dublino stipendiata io l’ho fatto l’Erasmus pagato, è stata un’esperienza favolosa, anche perché è stato un po’ il primo vero contatto con anche culture diverse. No, io alla fine ho avuto come coinquiline una ragazza vietnamita, una ragazza tedesca, una ragazza rumena, una ragazza marocchina. Proprio un clash di culture fantastico. Quindi è stata proprio un’esperienza favolosa. Però sono anche una persona che si annoia molto in fretta. Infatti prima di arrivare in Credimi, che alla fine era la startup che è entrata nella banca, io ho cambiato lavoro in media ogni anno e mezzo due. Anche all’interno di Google ho cambiato ruolo dopo un anno e mezzo che ero dentro. Io in Google facevo parte di questo piccolo team che si occupava di togliere lo spam dai prodotti gratis di Google tranne Search. Quindi pensa a Google Maps, il Google Plus e tutta una serie di prodotti che tu non vedi perché Google Maps è un po’ il cappello che ti fa da collettore di tutto un sacco di prodotti che ci sono sotto, perché c’è quello per la navigazione, c’è Places, c’è quello per le review, eccetera eccetera. E quindi essere in un gruppo molto piccolo, team appena nato dentro una grande azienda, ma non ti dico che era come essere in una startup, ma è una startup in un ambiente estremamente sicuro, perché abbiamo avuto modo di sperimentare tanto. È stata la prima volta che ho capito che cosa vuol dire prendere davvero ownership di qualcosa e di farlo crescere. Però anche lì a una certa… sono arrivata, cioè io dopo un anno e mezzo che facevo la data analyst lì dentro, che analizzavo i dati per capire dove stava lo spam, ho detto “no, qua voglio tornare a fare software engineer, voglio cambiare, voglio andare a fare i tool che mi permettono di trovare lo spam più in fretta”, quindi fatto quello step. Poi ho sviluppato con un altro dei miei mentor storici quest’altro tool che si chiamava Illithid che ci aiutava a trovare lo spam di cui ti parlavo prima. E però una certa entri un po’ in maintenance mode. E quindi quella roba di fare cose nuove mancava anche lì, nonostante fossi dentro Google. Per fare davvero lo step successivo, cosa avrei dovuto fare? Avrei dovuto andare a lavorare con la parte del mio team che stava a San Francisco. Il mio team era diviso, stava a Dublino, San Francisco e a Hyderabad e avrei dovuto spostarmi di là. Io, dicevo, ho avuto esperienza di lavoro negli Stati Uniti, ho lavorato sia a Seattle che a San Francisco per un po’. Se devo scegliere a livello culturale sono molto più affine alla cultura europea che a quella statunitense, quindi ho detto no, me ne voglio stare in Europa, non voglio andare di là, quali sono le opzioni? Indaga e indaga, salta fuori che c’è questa occasione di tornare in Italia a fare startup e mi sono detta senti ma proviamoci allora poi perché no ho detto ci proviamo tanto un’esperienza come dire di fare l’azienda da zero credevo fosse interessante da fare era un modo per mettermi anche alla prova perché finché sei dentro Google non ti dico che è facile però hai comunque sempre qualcuno a cui far riferimento se non sai come fare le cose. Una volta che esci dalla tua bolla, è il momento in cui ti metti davvero in discussione secondo me. E poi mi sono detto, provo, tanto mal che vada. Mi dicevo, ho fatto l’esperienza in Google, sul CV ha pesato tanto. Cioè, comunque, gente all’epoca vedeva Google e cercava di, come dire, ho ricevuto tante offerte solo perché avevo Google sul CV. Quello… ego. Però mi dicevo ho fatto l’esperienza in Google mi ha aperto tante porte, se l’esperienza startup va male mal che vada mi ributto su qualcos’altro quindi voleva un po’ il mio piano. Quindi sono tornata e ho fatto questa altra esperienza che è stata bellissima perché poi ti rendi davvero conto che quando esci da Google sei in questo mondo tra virgolette protetto ma anche a livello tecnologico perché ovviamente io conoscevo a menadito le tecnologie di Google, la devo buttare su un database, che cosa uso? Panico perché, sai, là bastava che scrivevo agli SRE, se ho bisogno di una tabella di qui e di là fammela e da quando la devo tirare su da sola come faccio. Quindi è stato un learning bellissimo, stato un viaggio molto bello. Poi l’azienda agli atti pratici è andata male perché non avevamo secondo me le skills giuste per farla crescere, ci mancavano un tot di figure. Avevamo gli investitori che a una certa si sono tirati indietro. E non avevamo neanche forse la maturità giusta per andare a richiedere altri finanziamenti tramite altre vie e quindi l’esperienza si è arenata e poi è arrivata Credimi e sono stata dentro una delle prime assunte dal gennaio 2016 e poi anche lì come dico sempre io in Credimi ho fatto tutto dal cambiare la carta igienica all’aiuto del marketing con tutte le sfaccettature che ci sono di mezzo e quindi agli atti pratici, anche se ho fatto dal 2016 al 2021 ero software engineer e lì dentro ho fatto tutto, ad una ad una l’ho fatta. E quindi è stato molto stimolante perché ho imparato tanto e non sono mai stata ferma. Mentre nelle esperienze presenti paradossalmente anche in Google impari impari impari e poi dopo un po’ avevo smesso di imparare.

[40:41] Da Big Tech a Fintech: Il Cambio di Ruolo

Stefano Maestri

Certo. Ecco, e qui la domanda è quasi scontata. Hai raccontato il tuo excursus che va da Google a Credimi e oggi in CF Plus Bank. Non so se l’ho pronunciata in italiano o all’inglese.

Pamela Gotti

È un po’ un misto.

Stefano Maestri

Ma cosa cambia davvero passando da una big tech o comunque da un lavoro estremamente tecnico anche quello della prima startup a lavorare in una fintech che pur sempre ha il tech in fondo però avendoci lavorato con 15 anni anche se Cerved quando ci lavoravo io fintech non si usava ancora in Italia come termine però è una fintech a tutti gli effetti. Cosa cambia? Dov’è la sfida? Perché tu hai detto giustamente, imparo, a me piace imparare, continuare a imparare. Hai detto anche, cambio il lavoro ogni anno e mezzo, tra Credimi e fintech sono nove anni, se faccio bene i conti guardando il tuo LinkedIn. Cosa è cambiato?

Pamela Gotti

Allora, è cambiato tanto quando ha cambiato ruolo, in realtà. Perché prima, ti ripeto, quando ero software engineer ho fatto n progetti diversi. Sono arrivata prima del CTO in Credimi. Cioè, in realtà c’era un CTO quando io ho iniziato, che però ho lasciato dopo due o tre mesi. Però ho dovuto costruire il team da zero. Ok. Adesso ti sto dicendo cose che in realtà valgono per un’azienda in generale, non necessariamente per la fintech. Però agli atti pratici io lì dentro ho avuto modo, ho avuto persone che mi hanno dato fiducia per appunto crescere il team, per fare l’architettura da zero, per sperimentare tanto. E poi una volta che ho lavorato su n progetti, marketing, risk, lending, eccetera eccetera, poi lì è più una questione di imparare un dominio nuovo se vuoi, che un lavoro diverso, quindi sempre skills tecniche ma applicate al dominio nuovo, perché per quanto sei nell’ambito dei finanziamenti se devi lavorare, ovviamente fai supporti il team marketing fa un lavoro molto diverso di quello che devi fare per supportare il team lending, devi fare un lavoro molto diverso per supportare il team che sta al contatto col cliente. E poi il vero cambiamento l’ho percepito più quando ho preso un ruolo di CTO perché lì è stato il momento in cui sono entrata più a contatto con tutte le dinamiche fintech e quindi dell’ambiente regolato e poi è cambiato letteralmente il lavoro. Io prima non mi sono mai interessata troppo, sbagliando, al budget. Che è una cosa anche che sto cercando un po’ di passar giù anche ai miei ragazzi del team. Adesso tu lavori con questi ambienti virtuali, ti sembra avere risorse infinite, però agli atti pratici ogni lambda che mi metti su mi spende soldi, ok? Ogni bucket che mi tiri su, i bucket, cioè, spendi niente, però comunque sono soldi che tiri su. Mi vuoi fare un esperimento con… diciamo l’Hackathon, ho fatto un esperimento anche loro utilizzando Bedrock, sono soldi che mi tiri fuori. La prima volta che ho avuto a che fare con questi temi è stata quando sono arrivata a CTO, quando avrei voluto tanto anche interessarmi prima a questi temi, perché sono importantissimi, all’impatto che abbiamo anche sull’ambiente, a quanto importante parlavamo di explainability anche andare a giustificare perché hai preso alcune scelte. Quindi sai quando inizi a parlare appunto degli algoritmi machine learning c’è sempre chi ti dice ma no a questo poi non riesco a giustificare i piani alti come facciamo. Quindi sono proprio tematiche diverse qui mi sono approcciata e come dire anche tutta un bagaglio di informazioni che anche fuori da una fintech comunque mi porto dietro perché è vero che magari se non sei in ambiente regolato magari l’explainability non è importante però saper giustificare le scelte che fai è sempre comunque una cosa buona e giusta da fare e poi comunque anche sempre quello che è cambiato da un punto di vista, ti ripeto, di cambio ruolo non tanto della fintech è stato il fatto che prima io ero lì, ero software engineer, si interagivo con i miei pari poi mi sono trovata a dover gestire team di prodotto, team di engineering, team di data, che hanno skills estremamente diverse, quindi anche lì io ho dovuto imparare tanto, perché ovviamente io non ho la presunzione di saperne a palla di ogni tema e non voglio perché non sarebbe umano, credo. Però anche l’importanza di delegare, di fare l’hiring delle persone giuste, di riuscire ad apprendere da queste persone tutto quello che non sai tu, in modo da poter guidare in maniera trasversale il team sulla base di quali sono gli obiettivi aziendali. Forse per chiudere la risposta non ho visto tanta differenza dal fintech quanto più nel cambio di ruolo. La cosa buffa del fintech che essendo regolata, ogni tanto c’è Banca d’Italia, tocca, fai quello che fai, allora lì devi spiegare con un linguaggio molto semplice delle cose che sono semplici per noi perché ci lavoriamo, però perché al di fuori del nostro ambiente possono sembrare un po’ ostiche.

[45:39] Che Tipo di CTO Sei?

Stefano Maestri

Hai detto parecchie cose interessanti prima di tornare a chiederti un paio di cose invece più sulle AI dati perché hai toccato anche questa parte che sono strettamente legati volevo finire un attimo il discorso su questa parte qui della tua carriera e ti faccio la domanda che è facile da fare e difficile da rispondere: che CTO sei? Ti spiego, spiego. Allora, una delle cose che succede per chi viene, parlo almeno della mia esperienza personale, chi viene dall’essere molto verticale, da software engineer, eccetera, e diventa manager in qualunque forma, che sia nella big tech, che sia il CTO della startup o della grande banca, è imparare a gioire o a festeggiare i successi degli altri invece che quelli personali. Quello per me è stato un passaggio difficile per esempio, abituato a essere molto verticale e ad avere il codice che spacca il capello, a dover gestire un team di persone e avere a che fare con le persone prima ancora che con il codice. Quindi la mia domanda è quanta è la parte che dedichi a tutta quella che possiamo definire soft skill per gestire meglio le persone che il codice, perché tu hai parlato anche di architettura… mi hai parlato di Kiro che la maggior parte degli sviluppatori neanche sa che cos’è, detto da un CTO vuol dire che un po’ di codice lo scrivi ancora il che è interessante perché non è detto, conosco un sacco di CTO che non solo non lo scrivono più non l’hanno mai scritto e forse potremmo aprire qualche dibattito sulla scelta di quel CTO ma questo è un altro discorso. Che CTO sei? Se ti metti il cappello dello sviluppatore, se fossi uno dei tuoi sviluppatori, che CTO vedresti in Pamela?

Pamela Gotti

Mi piacerebbe chiederlo a loro, mi hai dato lo spunto per poi oggi pomeriggio ragazzi. Allora io tendo tanto, ci tengo tanto all’aspetto personale ok nel senso che faccio tanti one on one, tanti perché voglio essere sicura di intercettare il prima possibile i problemi che avvengono. Quello che faccio… Adesso conto che il team che gestisco io non è grandissimo, siamo in una ventina di persone di cui diretti report ne ho al momento un 2, 3, 4, 5, 6. Ogni settimana cerco di fare one on one con i miei diretti report e cerco di parlare almeno una volta al mese con tutti gli altri. Non ci riesco mai perché troppe robe da fare. Però agli atti pratici 1-on-1 weekly li faccio sempre e con gli altri o quando vado in ufficio li intercetto, oppure in ogni caso cerco di fare una chiacchiera qua e là. Li conosco tutti i ragazzi cioè c’è un ragazzo del mio team che sta per diventare padre deve nascere la figlia settimana prossima quindi è una cosa che non ho detto all’inizio che mi sta occupando tanto tempo in questo periodo sono diventata mamma da un anno e mezzo a questa parte, quindi è il mio progettino principale se vuoi, anche se non lo nomino mai il piccolino. Ci si dà consigli, piuttosto che quando ero in maternità, una cosa che mi ha fatto tantissimo ridere e che racconto sempre è che sono stata, credo, brava a delegare perché l’unica volta che mi hanno contattato i ragazzi del mio team era perché un ragazzo, aveva appena cambiato casa, doveva capire che lavatrice prendere. C’è proprio un rapporto, come dire, bello che mi consente di capire se ci sono problemi, se li devo risolvere, mi consente di capire se una persona banalmente vuole fare altro nella vita, sta facendo colloqui. Cioè io ho intercettato anche gente del mio team che stava facendo colloqui, ma perché se ne parla apertamente e che credo che sia una cosa bella perché da una parte se una persona non vuole rimanere in team perché vuole fare altro, io la posso aiutare, perché ho anche un network che mi consente di aiutare la persona. Dall’altra parte io lo so e quindi riesco un po’ a portarmi avanti e a cercare se serve un rimpiazzo oppure di capire come gestire il team. Quindi alla parte personale ci cerco di dedicarci il tempo giusto, credo. D’altra parte vengo tirata dentro qualsiasi meeting dove si parla di architetture, qualsiasi. Io realtà, mio apporto al meeting, non so se quanto ne siano consapevoli i ragazzi, li faccio tanto parlare e cerco di far trovare a loro la soluzione, perché non mi piace arrivare io con la bacchetta magica, ragazzi facciamo così, puff, e si fa. Anche perché sono consapevole che io magari ho un’idea, però non essendo tutti i giorni, tutto il giorno sui sistemi, magari ci sono dei dettagli che mi sfuggono e quindi anche l’idea che ho in mente io non è quella corretta, è un punto di partenza su cui può ragionare per evolvere la situazione. Parlando di essere hands-on, io cerco sempre di scrivere un pochino di codice, un pochino, perché se io le cose non le faccio non riesco a capirle fino in fondo. Per farti un esempio, torno sul tema AI, io non ho capito bene che cosa fosse un agente finché non me lo sono scritto da me, ok? Finché lo leggevo io mi ero immaginata una cosa che più di fatto è un workflow, invece che dargli dei tool a questo componentino e fargli fare cose in autonomia, però l’ho dovuto fare rag finché non mi sono messa a fare quell’esercizio, parlavo all’inizio, non sono riuscita a capire bene bene come funziona sotto e per me è importante capire come funzionano le cose. Per me il fatto di scrivere codici da una parte mi consente di capire che cosa sto mettendo in piedi, mi consente di rimanere attaccata al mondo reale, perché è anche un’altra cosa che ho notato. Torno sul tema della developer experience, che è una cosa che stresso tanto, però spesso se tu da sviluppatore invento, hai tutti i CI/CD che non sta funzionando bene, hai la pipeline di rilascio che ci mette 5-10 minuti e ti abitui alla cosa. Non va bene che ci metti dieci minuti per andare in produzione, ok? Il fatto che io mi metto a scrivere codice e utilizzi i nostri tool mi fa capire che quando c’è una situazione di questo tipo che accade, aspetta perché sta succedendo, perché nessuno ci sta lavorando sopra? Puntualmente mi dicono guarda che abbiamo mille cose da fare, mille priorità, bla bla bla. Però ok, però prioritizziamo anche altro. E mi consente anche di intervenire in situazioni di emergenza. Altro esempio pratico, il mio platform engineer adesso mi ha dato le dimissioni. Stiamo cercando un’altra persona, però agli atti pratici ora che arriva ci sarà un periodo di interregno in cui mi rimane la persona più junior del team a gestire coi temi e da solo non ce la può fare. Il fatto che sia ancora hands-on mi permette in questo periodo di interregno di aiutarlo e di non soffocare mentre aspettiamo che arriva l’altra persona. Per me, ti ripeto, sono tutti i plus, poi sono consapevoli che ci sono CTO che queste cose non le fanno a partito preso perché sono più impegnati a fare altro. Io me lo posso anche permettere perché in questa fase dell’azienda posso prendermi il tempo per fare quello. La strategia è già stata definita per i prossimi anni, budget l’abbiamo chiuso, altri tavoli su cui adesso devo per forza entrare io. Sì ci sono però posso delegare e concentrarmi su altri task che in questo momento storico è più importante dare una mano al mio team che è in sofferenza. Non so se ho un po’ raccontato un po’ come mi muovo.

[53:59] Junior Engineer vs AI: Chi vince?

Stefano Maestri

Quindi momento marchetta, mettete il mi piace al podcast, iscrivetevi eccetera e mandate un curriculum a Pamela se volete fare i platform ingegnere visto che sta cercando, facciamo una marchetta così. Allora, restiamo sulle persone e intanto ci spostiamo però anche sull’AI. Metto sul tavolo quello che è un problema che si sente tanto dibattere nel nostro mondo in questo periodo ed è gli junior engineer, gli junior engineer che sono sempre meno assunti perché… non è la mia tesi, dico quello che si sente dire… la figura dello Junior Engineer può essere parzialmente sostituita o completamente sostituita dall’AI, preferisco prendere qualcuno che sia senior e che sia in grado di utilizzare i tool che abbiamo a disposizione per essere più produttivo rispetto allo Junior Engineer. Io ho mie opinioni che adesso non ti condivido perché voglio prima la tua, poi se mai ne parliamo. Questo statement, come lo vedi, come lo vivi?

Pamela Gotti

Lo vivo con ansia, nel senso che è una mia preoccupazione ma è una mia preoccupazione a 360 gradi, è una preoccupazione per i junior, è una preoccupazione per mio figlio anche, perché mi chiedo anche, cioè adesso i junior di adesso comunque sono cresciuti in un mondo senza l’AI, quindi è più facile che abbiano sviluppato un pensiero critico che gli fa capire come usarla. Mio figlio che adesso ha 16 mesi chi lo sa quando arriverà a scuola come si comporterà? È una cosa che mi genera tanta ansia soprattutto per il figliolo. Per il fatto dei junior ragazzi se i junior non li formiamo, una volta ci sarà carenza di senior, come dire capisco bene il fatto di voler prendere i senior però vado indietro al 2013 quando ho fatto la prima startup, l’idea era la startup devo andare a 100 all’ora devo assumere senior. Un po’ non è esattamente la stessa cosa, ok? Però agli atti pratici il problema dei junior secondo me c’è sempre stato finché non si è arrivato ad una scala per cui ti puoi permettere di avere le persone junior e di formarle. Secondo me ti ripeto se non le formiamo tra un po’ ci sarà davvero carenza di queste figure e come le formi è un bel punto di domanda. Non ho ancora capito qual è la ricetta giusta. Non ho assunto ancora nessun junior da quando c’è stata l’ondata dell’AI. Ho assunto senior? Ho assunto senior, sto assumendo adesso il platform engineer. Quindi in realtà il mio team è abbastanza statico da un paio di anni a questa parte, quindi non sono ancora arrivata là. Poi ieri sera ne parlavo anche con… c’è stato un meetup ieri sera dove hanno fatto il recap del Re:Invent e finito dici tu arrivi qual è la prima cosa di cui parli? AI, perché era un recap dedicato all’AI, AI Re:Invent no? Sono capitata in una discussione dove si parlava proprio di questo e parlavamo anche del fatto della carenza di donne nel tech come le trovi? “Ma no è più facile prendere le fresche da università e le formi”. Quindi è un tema che è molto sentito però ti ripeto la mia è che è meglio avere un buon core di senior e poi quando devi scalare prendere i junior e formarli ma anche adesso però ti ripeto non ho ancora le idee chiare su come fare la formazione.

Stefano Maestri

Sì, io ho un’opinione forte su questo, molto filosofica, i miei ascoltatori saranno stufi di sentirmelo dire ma lo dico lo stesso, di nuovo, perché io lo trovo importante, credo che quello che manca e che mancherà in qualche modo sempre alle AI sia la curiosità, e la curiosità ce l’hanno i junior molto più dei senior non hanno bias, hanno molti meno bias, perché io mi rendo conto di avere sicuramente una preparazione più solida, ma avere tanti bias. Quindi dico sempre che probabilmente la persona junior che lavora con me vede cose che io non vedo. E se l’azienda smette di assumere junior, smette di innovare lungo termine e questo è veramente un grosso limite su cui non si deve cadere neanche attraverso la comodità diciamo delle AI.

[1:00:22] Explainability, Machine Learning e Agenti AI

Stefano Maestri

E questo mi porta ad agganciarmi ad una domanda di nuovo sulle AI e di nuovo su quello che dicevi prima. Hai parlato giustamente di explainability all’interno del machine learning, intanto una parentesi di rinfresco per gli ascoltatori, l’AI non è soltanto quella generativa, non è soltanto Chat GPT, esiste l’AI predittiva, detta anche machine learning, che esiste da anni in azienda e anche soprattutto nelle banche. Anche se si vede meno di quella generativa e ha fatto meno scalpore perché non è arrivata al consumer però esiste quelle AI lì e dobbiamo farci conti in qualche modo e si va all’explainability in un ambiente regolato ma io ti estendo la domanda e poi quando c’è quella generativa come è che si spiega? Perché ha allucinato? Perché ha preso una… Ma neanche ha allucinato. Ammettiamo che non facciano più allucinazioni, cosa non possibile tecnicamente, chiudo parentesi. Ma anche in un numero limitato di allucinazioni, come si spiega in un ambiente regolato le scelte fatte da una macchina? Ovvero, di chi è l’agency, in senso americano, di una decisione?

Pamela Gotti

Allora, ti posso dire come usiamo adesso noi gli strumenti. Allora, abbiamo… Allora, ti arriva un’azienda, ok? Ti dice, guarda, voglio un 60 mila euro di finanziamento, parte tutta una catena di attività per cui andiamo a trovare dati. C’è il famoso algoritmo machine learning con i dati che abbiamo raccolto che ti dice, vai, questa cosa è poco rischiosa, finanziala. No questa qua è troppo rischiosa non la puoi finanziare e poi c’è quell’area che dice non lo so. Nella “non lo so” è dove si attiva la macchina umana, che cosa brutta che ho detto si attiva noi miei colleghi però è una macchina gestita da umani volevo dire questa cosa qua dove di fatto vanno a rivedere l’azienda nella sua interezza e c’è il giudizio dell’umano. Ora dov’è che intelligenza artificiale generativa mi aiuta? Mi aiuta perché gli può fare riassunti di documenti, può velocizzare tantissimo riassumere tutti i dati che abbiamo dell’azienda, però gli dà sempre il punto di riferimento. Se soltanto la IA generativa che mi ha tirato fuori i dati dalla nota integrativa del bilancio, gli scriverà il testo con la citazione, guarda che ho trovato questa informazione qui, è quello che funziona poi. Ovviamente sta anche all’analista di turno anche sulla base dell’esperienza capire quanto abbia allucinato e quanto no. Cioè un minimo di controllo adesso ce l’abbiamo sempre. Non è ancora lasciato completamente all’algoritmo la decisione in questo caso.

Stefano Maestri

Sì, quindi diciamo, AI che aumenta la persona e non AI che sostituisce la persona, che forse è l’unica ricetta possibile in generale, oggi di sicuro, ma forse in generale.

Pamela Gotti

Esattamente. Un’altra cosa che ho visto fare, vorrei mettere le mani a ASAP, però le priorità, ahimè… noi utilizziamo un tool per la gestione di workflows che si chiama Camunda. E’ molto utile perché immaginate il processo decisionale con cui sempre mi arriva l’azienda, poi succedono una serie di cose che mi porta a una decisione, lo finanzo o non lo finanzo. Questa cosa che ti ho raccontato è un grafo abbastanza grosso però tu su Camunda lo vedi visualizzato riesce a vedere letteralmente con una linea blu ti fa vedere tutti i blocchettini delle decisioni dove dove passi no? Quindi se mai arriva l’auditor a dirmi perché è arrivato a prendere una decisione positiva per questa azienda io gli faccio vedere esattamente tutti i dati che sono stati trovati l’algoritmo machine learning cosa ha deciso sulla base del risultato dell’algoritmo machine learning di altre una serie di parametri perché è stata presa una particolare decisione. Ora, Camunda, cosa hanno messo in piedi? Hanno messo in piedi anche, ovviamente, la loro versione della generative AI e degli agenti. E quando tu hai l’agente, vedi proprio questo blocchettone, poi è divertentissimo da vedere, hai il blocchettone dell’agente con dentro i tool e vedi letteralmente i tool che si colorano, man mano che l’agente li sta chiamando, ti rimane l’audit di tutto quello che è stato fatto dall’agente. Quindi è una cosa molto interessante, secondo me, che si può investigare e che ti porta anche all’explainability di cui stavi parlando prima, perché di fatto riesci a vedere quali sono le decisioni che l’agente ha preso.

Stefano Maestri

E tocchi la parola agente, la parola agente è la parola più usata dal 2025 ho visto l’ultima una delle ultime statistiche non mi ricordo di chi era forse MIT e quindi usiamo anche noi voi venite tu in particolare vieni da essere un AWS mi ricordo come si dice Hero, ok grazie e quindi AWS vuol dire già di base micro servizi tutto distribuito eccetera eccetera eccetera il passo verso gli agenti se vuoi è solo di iniettare l’intelligenza mi hai detto che hai sperimentato con gli agenti e la tua impressione è che sia veramente innovativo, sia molto distante da quello che già facevi prima, ha colpito, pensi davvero che sia stato questo l’anno degli agenti o che sia, come dice Karpathy, il decennio degli agenti? Come è stato quello del cloud i cinque anni precedenti?

Pamela Gotti

Allora, ti dico anche come l’ho vissuta io questa cosa perché vado un attimo sulla mia vita personale. Luglio 2024 nasce mio figlio e ho preso una decisione. Ho deciso di staccarmi completamente dal mondo del tech. Era anche un periodo in cui, come sempre, esce una nuova tutti i giorni, faceva fatica a starmi dietro, detto io finché non torno a lavorare mi stacco e di fatto l’ho fatto. Io sono andata in maternità a luglio del 2024, ho trovato lavoro maggio del 2025. Parliamo di agenti, hai idea di come è cambiato? Io me ne sono resa conto perché prima, allora di agenti se ne parlava, mi ricordo che pensavo tantissimo, c’era questo corso che fatto all’università che era sistemi autonomi e sistemi multiagenti, che non avevo mai capito bene bene fino in fondo, cioè lo capivo ma era rimasto tanto astratto. Poi come dicevo prima, finché le cose non ci metto sopra le mani è un po’ complicato per probabilmente capirele bene. E mi sono risvegliata a maggio che c’erano questi agenti che facevano tutto, quindi… Wow, ok! E l’agente che ho fatto io è una cosa molto stupida con LangGraph, cioè gli ho dato in pasto praticamente il mio calendario di Google, il mio calendario personale, il mio calendario di lavoro, il mio Trello che usavo come in maniera ossessiva compulsiva per organizzare le settimane gli ho detto senti organizzami tu il tempo. Questo fatto mi è esplosa la testa che ho detto wow io credo che possano davvero essere usati per aumentare come dire per fare… avevo usato una parola prima che era quella giusta però per velocizzarci, fare empowerment ma non è esatto. Credo che abbiano senso, perché penso sempre, rivolto sul lavoro, quel processo che ti dicevo, il processo decisionale che è un blocchettone, io ti giuro ho dovuto parlare di questa cosa ad una conferenza, ho messo il diagramma su una slide e detto forse no, non si capisce niente.

Stefano Maestri

Per aumentare la persona, un po’ sì… augmented intelligence.

Pamela Gotti

Però una cosa così complicata se tu gli dai due o tre tool messi bene con aggiunta l’explainability del tool di cui parlavo prima mi ha semplificato tantissimo il processo mi ha semplificato tantissimo la scrittura mi semplifica anche la manutenzione perché invece di avere, ti ripeto, processo con un centinaio di blocchi o il blocchettone o l’agentone che usa quella decina di tool in una maniera sensata. Quindi credo che sia qualcosa. Una cosa che mi ha gasato tantissimo e che in realtà di cui hai parlato tu quando hai fatto il meetup qua a Milano sulla GNI, è la parte di agent to payment, che mi ha gasato tantissimo perché anche i pagamenti sono una cosa che nel fintech sono tanto di moda, sono tutti presi bene con questi pagamenti, a me non hanno, mi sono sempre detto, va beh, pagamento, non è chiamata API, non so niente di che. E poi quando ho visto quella roba degli agent to payment ho detto aspetta, questo ti apre anche tutta una serie di scenari che aiuto, cioè a parte che ti dici sarà anche un tema probabilmente di fiducia per arrivare a mettere in piedi quelle, però mi ha gasato tantissimo.

Stefano Maestri

Sì, certo. Sì però sai la fiducia quando nel… cos’è… 98 mi pare hanno lanciato PayPal e tutti gli davano dei matti perché chi mai pagherà su internet? Figurati se io do la mia carta di credito ad un sito web…

Pamela Gotti

E invece dillo a quelli che fanno fishing che sono contenti.

[1:09:50] Passioni, Maternità e Work-Life Balance

Stefano Maestri

Esatto. Hai toccato tu adesso un argomento che me ne apre un altro. Stiamo saltando a destra ma anche a me piace così. Hai toccato la vita personale dicendo ho deciso ad un certo punto stacco, stacco completamente mi dedico a mio figlio cosa assolutamente apprezzabile secondo me io anche le vedo così le cose. Ma questa cosa si lega… Se guardiamo i tuoi profili parli non solo di tech, parli di hiking, di yoga, di leggere tante altre passioni… Ecco, eccola lì, una volta, molto bene. No, molto bene, andiamo esattamente su una delle due domande. La prima domanda è proprio quella lì. E come si concilia tutte queste passioni con un lavoro pressante da CTO… Allora, se mi dici una volta avevo tutte queste passioni perché adesso tutto il tempo è assorbito da una creatura di 16 mesi, allora va bene.

Pamela Gotti

Non è quello. No, non è quello. Allora io vero ho un sacco di passioni, mi piaceva tantissimo fare yoga. Poi ogni volta che parlo di yoga, ci sono quelli, c’è un mio collega che maledetto ogni volta che ne parla mi prende in giro perché pensa che metta lì a fare, sarà a meditare per un’ora e mezza e mi piace raccontare che io mi sono rotta un alluce una volta, mi sono lussata un ginocchio, nel senso è abbastanza intensiva come cosa e soprattutto quando sei in equilibrio sulle mani a testa in giù alle 7 del mattino sei stanca e cadi e ti rompi l’alluce, qualcosa che è successo. Mi piace un sacco stare nella natura andare a fare hiking è una cosa che facevo facevamo spesso e ce la facevo molto di meno. È successo che è arrivato, il piccolo. Il problema del bimbo non è il bimbo in sé e il tempo da gestirlo perché non abbiamo i nonni vicino, non abbiamo ancora trovato una babysitter che ci piace quindi non stiamo perseguendo quella strada, però quando abbiamo bisogno di trovarci nostri momenti anche per dire di coppia la fortuna di avere il mio compagno noi abbiamo un sacco di cose in comune, ma davvero un sacco. Adesso vogliamo andare a teatro, vogliamo andare a sentire un concerto, a giugno ci sono stati gli Smashing Pumpkins che volevamo sentire da una vita, Babysitter, andiamo a sentire il concerto. Sono cose che ancora facciamo, non le facciamo più come prima perché mio figlio è uno di quelli che non dorme la notte, quindi io sono 16 mesi che non sto dormendo una notte intera, lui si sveglia almeno 3 volte a notte. Quindi… e il fatto che io non mi svegli più alle sei per fare yoga è perché se mi svegliassi alle sei per fare yoga probabilmente mi romperei ancora qualcos’altro e adesso non è una cosa che voglio fare. Però il resto, allora leggere viene difficile perché diciamo che i momenti liberi quando riusciamo a ritagliarci cerchiamo di prendere momenti o per rilassarci oppure per fare qualcosa che ci piace che appunto vai ad un concerto, ascoltiamo tantissima musica. Io e mio compagno ci siamo conosciuti a scuola di Lindy Hop, che è un ballo di coppie che si balla sulla musica swing, quindi ci piace molto il jazz, andare a sentire musica dal vivo. Ecco, attività così riusciamo a farle. Oppure anche hiking ogni tanto prendiamo, andiamo in montagna col piccolo, adesso ancora sta nello zaino, lo porta al mio compagno perché comunque è 15 kg sulla schiena, io probabilmente dopo due passi sono stesa per terra, ancora lo porta. Non facciamo più i mille rotti metri di dislivello dormendo in rifugio, però insomma qualche attività ancora si fa e credo che sia importantissimo, sano perché insomma…

Stefano Maestri

È così. No, però insomma se…

Pamela Gotti

Avere tempo per la famiglia è una cosa assolutamente sana e come dicevo prima mi piace tanto passare del tempo col mio compagno anche si parlava di D&D all’inizio, l’ultima campagna l’ho fatta con lui quando è stato due anni fa con il master che stava a Firenze e con un gruppetto di amici quindi appena possiamo cerchiamo un po’ di ritagliarci il tempo però è…

Stefano Maestri

Le campagne online è una cosa che ho sperimentato poco ma che effettivamente hanno senso. Magari mi ci rimetterò.

Pamela Gotti

Che hanno un po’ meno fascino però quando tutto manca. Quando c’è il master a Firenze che è bravo, poi magari glielo farà sentire sto coso, Panna non ti montar troppo la testa. Si fa insomma. Io non so se ti ho risposto alla domanda.

Stefano Maestri

Sì, esatto. Ci sta, ci sta. Allora… No, no, hai risposto, però io vado… vado più nel dettaglio perché… e questa è una cosa che prima di riportarti sulle AI… vedi per poi andare verso una chiusura però c’è una cosa che non voglio lasciare così non domandata, perché mi è davvero colpito molto leggendo sul tuo profilo scrivi, leggo proprio quello che hai scritto: “la salute mentale nel nostro settore è importante, se ne parla e non se ne parla mai abbastanza, è un tema tabù nel tech dove si glorificano le 80 ore a settimana, il sleep is for the weak”. Ma cosa cosa c’è oltre questa frase che io condivido completamente e cosa cosa può fare una persona con il tuo ruolo da CTO per il suo team in questo caso perché spesso non viene nemmeno riconosciuto il burn out io ho sfortuna fortuna non so come definirla di aver gestito il burn out di persona che persone che lavorano con me ed è comunque e mi è capitato tanti anni fa io stesso di finire un burn out ed è qualcosa che di cui davvero non si parla abbastanza che si lega un po’ invece alle buone pratiche, se me lo passi, che citavi prima, il prendersi il tempo per fare le cose che piacciono, eccetera eccetera. Se ti va di dirmi qualcosa su questo, sennò glissiamo.

Pamela Gotti

Assolutamente, ci sono due cose che ti direi, la prima è che quando ho iniziato a lavorare mi sono ritrovata, io ho mille interessi ok, tra cui all’epoca quando ho iniziato a lavorare avevo un interesse principale che era la danza. Ma a livello che io ho insegnato danza fino al 2015, ho iniziato quando stavo a Dublino, poi quando sono rientrata in Italia ho trovato una scuola che mi fatto insegnare. Tra l’altro una danza meravigliosa che da una parte è un’americanata che perché è nata in America ha preso un po’ di movimenti da tribù africane, da danze indiane e hanno creato questa danza meravigliosa, poi mi riconnetto anche al tema, dove se tu vedi ballare le persone sul palco sembra che ci sia una coreografia dietro, in realtà è tutto improvvisato. Si impara tanto a guardarsi negli occhi, a capire banalmente come riempire lo spazio, a connettersi proprio con le altre persone con cui si balla, che è una cosa bellissima perché poi anche nella vita reale ti insegna tanto a cercare la connessione con le persone. Una cosa banalissima che non tutti fanno è guardarsi negli occhi quando si parla. Ti giuro che è difficilissimo trovare chi è presenza fissa. Io di solito non è che fisso, però sembro quasi che fisso la persona, ma ce l’ho da quando faccio questa cosa di danza. Comunque torno lì. Facciamo questo. Mi sono appassionata a fare tessuti aerei, quindi andavo anche a fare in giro spettacoli di tessuti aerei. Quindi una cosa molto diversa da quello che era il mondo del tech mi sono ritrovata in un ambiente dove la maggior parte delle persone con cui parlavo dopo lavoro scrivevano codice, nel weekend scrivevano codice e mi sono sentita sbagliata, tanto sbagliata, che dicevo c’è qualcosa che non va però se io non mi sfogo ballando, non mi sfogo arrampicandomi poi mi sento male però dalla parte c’era la vocina dentro quale mi dicevo guarda che sei sbagliata, stai facendo qualcosa di sbagliato. Già questa è una cosa che mi ha spesso segnata questa cosa, perché mi sono davvero sentita sbagliata e in difetto per anni, perché ero una delle poche che aveva degli hobby o quantomeno che ne parlava apertamente. Io ne ho fatti di side project perché ovviamente scrivere cose c’è una cosa che mi appassiona, quindi di tanto mi capita, ma non è la cosa principale che faccio nel mio tempo libero. Vabbè adesso c’ho il figlio quindi una situazione particolare però anche prima diciamo che se devo scegliere andare a farmi una passeggiata in montagna e stare davanti al computer tutto il weekend a farmi il mio side project io preferisco andare in montagna perché io sto meglio però una cosa mi ha fatto stare tanto male in passato e non ho mai trovato qualcuno con cui confrontarmi che mi dicesse guarda che stai facendo una cosa sana. Di solito parlavi con chi ti diceva, no, se devo fare hiring, guardo quanti progetti su github la persona ha, guardo quanti commit fa, guardo questo, questo, che sono tutte cose, da un certo modo di vista sensate, dall’altro mi chiedo sempre se c’è qualcosa d’altro oltre che questa persona fa che lo può aiutare a decomprimersi. Poi sono stata anche io nella situazione che non so se la burnout o cosa, ma sono stata parecchio male perché nella prima startup lavoravo tantissimo, abitavo a Novara e io sono originaria di Novara, la startup su Milano, periodo in cui stavano facendo l’expo il treno arrivava a metterci, arrivava a mettere due ore e mezza di viaggio one way per arrivare al lavoro, facevo degli orari folli, mia madre è stata male, ha avuto un tumore, ho chiuso una storia lunghissima con il mio ex fidanzato all’epoca, tutto insieme, io sono stata molto male e sono sopravvissuta in quel periodo. Scioccamente non mi sono fatta aiutare da uno psicologo ma tornando indietro lo farei, però sono sopravvissuta perché ho la fortuna di essermi fatti un pool di amici che mi sono stati molto molto molto molto molto molto vicini. Come dire il tema della salute mentale è importantissimo soprattutto sul lavoro perché dove ci sono ancora queste idee del devi lavorare per forza dopo una certa ora, devi per forza lavorare nel weekend altrimenti non sei nessuno. Che vedo tanto nelle aziende di consulenza più che nelle aziende dove sto io per fortuna, però sai anche una cosa che è capitata a lavoro di recente, un altro collega non del mio team è diventato padre perché la figlia è nata, invento, era venerdì e lui manda una mail dicendo lunedì vengo a lavoro per festeggiare. Gli ho mandato una mail che fa piacere che vieni a festeggiare però adesso forse è il caso che ti prendi la paternità e te ne stai con tua figlia no? Anche questa cosa di la paternità prenditela è una cosa che puoi fare stai calma anche perché i primi giorni sono essenziali ho parlato con tanti padri che mi dicevano si va beh ma tanto poi il bambino finché non ha tre anni non è interattivo ma la mamma c’è un cambiamento epocale per la madre no? Esserci anche solo per fare una lavatrice o per farla mangiare, anche se poi il bambino o gli altri pratici lo gestisce la madre, è un aiuto folle. Poi io ti dico queste cose perché ho la fortuna di avere a fianco un padre che fa il padre, che mi ha coccolata come doveva quando appunto è nato il piccolo e che ancora adesso ci dividiamo bene il lavoro. Anche questa è una cosa di cui uno se ne parla abbastanza, del fatto che è normale che io ieri sera si andata a fare un meet up e alla dolce metà era qua a casa a gestirsi il figlio, io sono tornata che l’aveva fatto mangiare, l’ha messo a letto e io mi sento fortunata in una cosa del genere che dovrebbe essere normale.

Stefano Maestri

Sì, certo.

Pamela Gotti

Però, insomma, non so se ti ho risposto, ma che ruolo posso avere io? Io cerco di dare il buon esempio su certi temi. Adesso un altro esempio, c’è appunto il mio collega ragazzo che sta per diventare padre, mi dice, vado in paternità al 17 perché la bimba al 18 nasce, ma tieniteli lì giorni, magari nasce davvero il 18, ma se non nasce il 18, ma tieniteli che servono dopo, no? Anche solo per realmente dare consigli di questo tipo e far capire che è una cosa normale. Poi io parlo tanto con i ragazzi anche di quello che faccio nel tempo libero perché non vogliono che pensi che sia una persona che è dedicata al 100% al lavoro, non lo sono, ci do il giusto valore. Poi tendenzialmente la sera è dedicata completamente al bimbo, weekend è dedicata completamente alla famiglia, poi ovvio che se c’è l’emergenza mi scoglio il telefono, c’è qualcosa che voglio, è ovvio che mi ci metto a lavorare perché non c’è neanche da parlarne, però non è la norma.

[1:23:25] Il Futuro tra 5 Anni (Senza Sfera di Cristallo)

Stefano Maestri

Sì, d’accordo. Allora, dai per cercare di tornare più che per tornare in tema in realtà non voglio stretto tornare in tema ai però lei è imprescindibile per la domanda che sto per farti che è la domanda fast forward ok fast forward qui cinque anni difficile da sfera di cristallo, ma non ti sto per chiedere come sarà Leiai tra cinque anni, anche se ci sarà in qualche modo, ma ti faccio la domanda che quando fa Leiai, Ringa, spero tu non faccia, ma la faccio io te, come vedi Pamela tra cinque anni?

Pamela Gotti

Io non la faccio perché Pamela col fatto che nella vita ha cambiato lavoro così tanto spesso ha smesso di farsi aspettative. Io ho smesso di dire tra cinque anni mi vedo così perché poi non funziona, vado da tutta altra parte. Non lo so, faccio fatica.

Stefano Maestri

E dentro questo tech che cambia stai pure a 3 dai 5 mi… 5 sono troppo cattivo in questo momento.

Pamela Gotti

No, io ti giuro che faccio una fatica pazzesca, anche in virtù del fatto che quando ti ripeto, quando ho staccato per andare in maternità, io mai pensavo che ci sarebbero stati gli agenti così performanti e pronti per fare cose al mio ritorno, che sono passati dieci mesi. Quindi da qua a tre anni, boh, la vivo un po’ con l’ansia, io la avevo un po’ con l’ansia sinceramente, perché? Per quello che ci siamo dati più cattivo, per quello del bimbo, perché lo vedo che cresce, vedo che sono degli strumenti che sono molto potenti e però se non ti viene il pensiero critico di fargli challenge, di capire davvero cosa c’è dietro, c’è il rischio davvero che ci sia fossi su soluzioni sbagliate. No, nel tech credo semplicemente che andrà avanti la cosa, che ci saranno soluzioni sempre più performanti, come abbiamo detto per performanti nel senso scusami che si andranno in produzione sempre più velocemente mi aspetto che magari ci sarà ecco una cosa che non ho ancora visto per quello che è la mia esperienza da un punto di vista di governance e di security non c’è ancora stato letteralmente un il focus giusto per interagire bene col team di sviluppo quindi mi aspetto che quella roba lì dovrà necessariamente svilupparsi e cosa intendo qua? Ovviamente io devo sviluppare un prodotto, il mio obiettivo è di andare il più veloce possibile, dall’altra parte c’è il CISO che mi dice no, devo testarti ogni singola cosa che metti su. Quindi io veloce, CISO più lento e conservativo, però sul mondo dello sviluppo e abbiamo trovato una quadra, abbiamo trovato un equilibrio, quindi mi aspetto che troveremo l’equilibrio anche sulle AI sicuramente. Però per il resto la vivo con tanta curiosità e tanta ansia.

Stefano Maestri

Allora, guarda, sull’ansia sul tuo figlio, sul mio figlio piccolo, che ha qualche mese in più, ma comunque non arriva sei anni, io ti dirò che lo sono un po’ meno, ma per il semplice motivo che loro ci sono nati. Credo che l’utilizzo che la Gen Z ha adesso fa degli strumenti che la mia e la tua generazione gli hanno dato in mano, sia diverso da quello che noi ci immaginavamo. Cito spessissimo che gli SMS erano una feature che chi ha scritto gli SM pensava non avrebbe mai usato nessuno, perché chi mai userà il testo su un telefono. E invece siamo a Whatsapp, eccetera eccetera.

Pamela Gotti

Sicuro.

[1:26:57] Consigli per il Futuro e Conclusioni

Stefano Maestri

Però io in realtà sono più preoccupato, così vado all’ultima domanda, sono più preoccupato per la mia figlia grande, che anni invece ne ha 18. E allora faccio la domanda che facciamo un po’ tutti, prendendo spunto da questa cosa qua della figlia 18enne. Ed è un’azione concreta, non i massimi sistemi… una azione concreta che una donna, in questo caso ancora più calzante, che è una donna che si affaccia al mondo dell’università e poi dal lavoro, secondo te potrebbe o dovrebbe fare per affacciarsi a questo mondo di STEM, tecnologico, al di là che poi mia figlia farà altre strade ma non è questo il punto? E l’altra domanda attaccata a questa è in Italia, visto che tu hai fatto un escursus in Italia non necessariamente subito ma qual è l’escursus? Se ci fosse una mentee oggi, o una mentee che ti chiedono bene io adesso voglio affacciarmi a questo mondo cosa faccio domani?

Pamela Gotti

Allora, ti dico una cosa che mi è mancata durante l’università e durante parte della vita. Non ho avuto una sorta di mentore, ok? Che mi aiutasse a formarmi a tutto tondo. Quando parlo di questa cosa mi faccio riferimento sempre al famoso laboratorio di microarchitettura di cui ti dicevo prima, perché io quando ho fatto la tesi banalmente entravo laboratorio che era agli 8 del mattino al buio uscivo la sera al buio non vedo mai le luce del sole no? E questo era N anni fa non farmi quantificare gli N. Adesso lo stesso laboratorio il mio correlatore di tesi dell’epoca che è una persona molto avanti che ha contatti con l’università di Chicago che cosa fatto? Messo a disposizione dei ragazzi, lo psicologo, il nutrizionista, il personal trainer ok? In più sono in contatto con tutta una serie di professionisti, come me banalmente, già che lavoriamo, e che possiamo fare da mentori per farmi capire un po’ che è quello che è il mondo del lavoro, perché poi spesso quando sei in università non hai… ti prepara fino a un certo punto per il mondo di lavoro, ok, la università. Quindi quando sei dentro hai tante domande del cosa succede dopo, come mi muovo. Quindi il laboratorio che sta creando al Politecnico di Milano, il mio correlatore di tesi, è un posto che ti forma tutto tondo. Io quello che consiglierei di fare è di formarsi a tutto tondo, quindi non sottovalutare anche un po’ lo sport piuttosto che la salute mentale, eccetera, ma anche di trovare un qualcuno con cui parlare per capire cosa fare successivamente. Io sto facendo anche da mentore per alcuni ragazzi del laboratorio di microarchitetture. È una domanda che mi fanno spesso manualmente, ma io dopo cosa faccio? Faccio il dottorato o vado a lavorare? Lì, obiettivamente le domande sono quelle perché non c’è proprio la percezione di quello che c’è dopo. Tu comunque ti approcci al mondo universitario dove tendenzialmente hai qualcuno che ha fatto un piano di studi per te. Devi attenerti a quello, hai degli esami da fare che ti dicono se stai andando bene no e dopo cosa c’è? Manca proprio la preparazione ad arrivare al mondo del lavoro quindi di trovare qualcuno, una figura di riferimento a cui fare le domande più quelle che sembrano più stupide, che poi le domande stupide non ce ne sono però per aiutare un po’ a capire quello che verrà dopo.

Stefano Maestri

E secondo te bastano le domande?

Pamela Gotti

No, perché poi ti ripeto io sono un’altra, come ho già detto più volte finché non ci sbatto la testa le cose non le capisco, però è un inizio, è un inizio. Ovviamente la ragazza mi viene a chiedere cosa faccio, il dottorato andrà a lavorare, non è che gli posso dire vai da una parte o vai dall’altra, la posso un po’ istradare, fare le domande per capire qual la sua attitudine ed eventualmente consigliarle di parlare con altre persone che le aiutano a capire meglio che cosa verrà dopo.

Stefano Maestri

Che devi mettere le mani. No, certo Nelly. perché è una cosa che ben venendo da google, ben lo sai, ma che anche nelle big tech dove lavoro io è molto in voga all’estero e sono gli internship piuttosto che Google Summer of Code o tutte queste cose qua, che purtroppo in Italia io vedo poco, cioè interna in Italia ne ho visti pochi, forse l’università italiana dovrebbe lavorare anche collaborando non solo con i singoli come Faconte, ma con aziende che possono garantire un ingresso nel mondo del lavoro o almeno capirlo meglio quel mondo del lavoro dove questi ragazzi vogliono andare. Io vedo questa mancanza.

Pamela Gotti

Non è vero, ma lo fanno. Ci sono università che lo fanno, io ho avuto un ragazzo che aveva iniziato da me nel 2020 a febbraio del 2020 e non ha mai finito, lui era al VITIS ed era venuto a fare una sorta di tirocinio da noi, poi ti ripeto, non ha mai finito per 9 motivi e l’anno scorso abbiamo avuto un ragazzo invece che come parte del percorso di studi universitari, ieri chiedevano proprio di fare il tirocinio ed è venuto da noi a fare il tirocinio.

Stefano Maestri

Questo sull’università è importante.

Pamela Gotti

C’è apertura, c’è apertura sicuramente sì. Poi anche un altro consiglio che darei è comunque di andare a farsi l’esperienza all’estero perché apre la mente in modi senza senso, soprattutto da un punto di vista culturale, non lo so.

Stefano Maestri

Sì sì sì, vedere altre culture fondamentali sono d’accordo. Bene, noi siamo arrivati all’ora e mezza che io più o meno cerco di darmi come target perché voglio che queste interviste abbiano lo spazio per l’ospite, per esprimere la sua visione, non mordi e fuggi del social, però oltre l’ora e mezza rischia di diventare troppo per tutti. Cui avrei ancora 1500 cose che potrei chiederti, ma intanto ti ringrazio tanto per tutte quelle a cui hai risposto, da parte mia e da parte degli ascoltatori.

Pamela Gotti

Grazie per l’invito ancora.

Stefano Maestri

E grazie ancora e alla prossima ciao.

Pamela Gotti

Ciao.

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